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29 dicembre 2011

ROOP TERA MASTANA



Roop Tera Mastana è uno dei tanti film interessanti naufragati nella produzione oceanica degli Anni Settanta, molti elementi stuzzicanti e i bizzarri twist della storia lo rendono un particolare esperimento di riciclaggio furbo dai risultati divertenti. La trama è guidata dal triangolo standard hero / heroine / villain ma il solito plot si rompe per lasciar spazio ad un continuo scambio di ruoli e doppi ruoli, l’architettura degli eventi è piacevole così come la colonna sonora, le scenografie, gli eccessi e i tocchi di esotismo.

TRAMA
Una ragazza povera (Mumtaz) viene obbligata a prendere il posto della principessa Usha affinchè un parente corrotto (Pran) incassi l’eredità che le verrà consegnata il giorno del suo diciottesimo compleanno, nel frattempo, Kishore (Jeetendra), il fidanzato  dell'ereditiera,  si accorge del piano in atto e vuole smascherare gli impostori.

Il lungo e variegato musical romantico dallo scenario barocco prende il titolo dal celebre brano “Roop Tera Mastana” che accompagnò una  scena cult del film Aradhana. La storia non manca di romanticismo e colpi di scena e nemmeno di canzoni nostalgiche e coreografie ammiccanti, il suo elevato dosaggio di sensualità, piuttosto alto se rapportato agli standard del tempo, rende il lungo tira e molla tra Usha e Kishore una love story meno patinata ma più intrigante e passionale.
RTM è uno di quei film dove tutto può succedere e tentare di attaccare qualsiasi etichetta di genere diviene un’impresa ardua se non impossibile, se Mumtaz è al tempo stesso la village belle,  l’aristocratica seduttrice e la vamp, Jeetendra si trova ad interpretare un doppio ruolo ancora più strampalato : il giovane principe viziato e il  goliardico padre chiacchierone.  L’eroe è spigliato e modaiolo, indossa jeans e indulge in costanti atteggiamenti da piacione, affascinante e sicuro come un vero bollywood hero deve essere, simpatico nelle scene comiche e pronto a saltare in qualsiasi direzione la storia voglia imboccare. Usha è soprattutto un sex symbol da capogiro, seguendo i cambiamenti del personaggio il suo guardaroba diviene più audace che mai, alle acconciature esagerate e agli abitini cuciti addosso si aggiungono vestaglie di pizzi e trasparenze, minigonne e cortissimi top. L'intesa tra le due star, Mumtaz e Jeetendra, è deliziosamente perfetta. Malgrado Pran abbia dovuto interpretare per decenni personaggi fin troppo simili tra loro ha regalato a ciascuno di essi qualcosa di indimenticabile, Ajit,  lo spregiudicato e impietoso bad boy è l'elemento che tiene cucita la storia ed impedisce alla narrazione di perdere la sua intensità.
La cornice diviene sempre più opulenta e stravagante, Khalid Akthar è stato assistente alla regia di Karim Asif durante le riprese di Mughal e Azam e questo ce lo può svelare anche la grandiosa sovrabbondanza di lussi e decorazioni che ha scelto per il suo film, troviamo ambienti splendenti, bizzarre statue in cartongesso, tendaggi,  veli e arredi che tradiscono la preferenza del regista per il luccicante artificio di set grandiosi costruiti con pazienza, regni perduti dell'escapismo e della contemplazione visiva.


Il mio giudizio sul film : *** 3/5


ANNO: 1972

TRADUZIONE DEL TITOLO: La tua bellezza fa perdere il controllo

REGIA: Khalid Akhtar

CAST
Mumtaz ……………….. Usha
Jeetendra ………………….. Kishore
Pran ………………………. Ajit
Malika ……………………. Champa
Aruna Irani appare per pochi secondi in una scena del film


COLONNA SONORA : Laxmikant & Pyarelal

PLAYBACK SINGERS: Kishore Kumar, Lata Mangeshkar, Mohammed Rafi

07 dicembre 2011

HERA PHERI (1976)



Bische clandestine, birre e bluff, l’eleganza stratosferica di Big B e set opulenti e fantasiosi. Hera Pheri, diretto da Prakash Mehra, regista del ruggente Zanjeer, è un eccitante mescolarsi di generi diversi la cui sola vocazione è l’intrattenimento, per gli spettatori di ieri una piacevole esibizione degli attori più amati , per gli odierni appassionanti di vintage una bibita fresca con cui dissetarsi.

TRAMA
Ajay (Vinod Khanna) e Vijay (Amitabh Bachchan) sono disoccupati e imbroglioni di mestiere, i due indulgono in divertimenti e vizi fino al giorno in cui Ajay perde la testa per Asha (Sulakshana Pandit)  figlia di un ufficiale di polizia. I tentativi del giovane di cambiare vita si intrecciano alle pericolose seduzioni di Kiran (Saira Banu) ragazza avvenente assoldata dal nemico di Vijay per distrarlo ed ottenere informazioni.

HP non sarà un film cult ma si lascia facilmente amare soprattutto se si hanno già nel cuore Amitabh Bachchan, Vinod Khanna e lo spirito delle pellicole dei Seventies. La storia confusionaria se non fosse stata diretta da Mehra difficilmente avrebbe funzionato così bene, la mano del regista si sente nei momenti in cui il film esce dalla sua leggerezza e acquista sfumature diverse, si riconosce  nell’uso del fermo immagine a creare attesa e tensione ma ancora di più nella costruzione della scena drammatica affidata al fuoriclasse Bachchan, un commovente delirio di sfiducia nella spiritualità che lascia ipnotizzati allo schermo. Le caratteristiche della sequenza più intensa del film ci confermano ancora una volta che dietro alla cinepresa era seduto uno dei più grandi autori degli Angry Years.
Riconosciamo le palme di Juhu e le strade di Mumbai, si respira un clima di positività e una contagiosa sensazione di abbandono. Ci sono duetti romantici, imbrogli, imprevisti, parentele da ricostruire, misteriose identità, un’amicizia fortissima che improvvisamente s’incrina per ragioni che capiremo solo alla fine, una madre anziana malata e traumatizzata da uno shock, un villain cattivissimo in cerca dell’identità del figlio perduto. Abbondano gli elementi da gangster story e le stravaganze, Helen si esibisce con movimenti procaci, le due eroine Sulakshana e Saira si adornano con lunghe code di extension, la macchina da presa gira intorno ai protagonisti durante le scene di danza e i set sono costruiti con ammirevole eccentricità: statue di cartapesta , quadri e scaloni monumentali, pareti munite delle più incredibili fessure da cui spiare, casinò superkitsch e lampadari scintillanti.
Non tanto un film quanto uno show, una vivace e ritmata messa in scena, un contenitore di tutti gli elementi più in voga nel decennio. La trama si annulla tra le musiche, le sempre ottime interpretazioni del duo Amitabh Bachchan / Vinod Khanna e gli iperbolici inseguimenti, l’effetto globale è tuttavia più grazioso che caotico. Hera Pheri divenne a suo tempo uno straordinario successo, oggi forse riesce ad essere pienamente appagante solo per gli appassionati del genere mentre ad una seconda visione vengono a galla quei difetti che lo trattengono dal posizionarsi sulla stessa linea d’onore riservata ad altri titoli.

Il mio giudizio sul film *** 3/5


ANNO : 1976

TRADUZIONE DEL TITOLO: misfatti

REGIA : Prakash Mehra

CAST
Amitabh Bachchan……………….. Vijay
Vinod Khanna ………………… Ajay
Saira Banu ……………………………… Kiran
Sulakshana Pandit ……………………. Asha
Shreeram Lagoo ……….. il commissario Khanna
Pinchoo Kapoor ………………. PK


COLONNA SONORA : Kalyanji – Anandji
PLAYBACK SINGERS : Asha Bhosle, Mahendra Kapoor, Kishore Kumar, Lata Mangeshkar


QUALCOS'ALTRO

Sulakshana Pandit, attrice e cantante, è la sorella  di Vijeyta Pandit  (Love Story) e dei compositori Jatin & Lalit autori di molte colonne sonore indimenticabili come Dilwale Dulhania Le Jayenge, Kuch Kuch Hota Hai e Kabhi Kushi Kabhie Gham.

Nel 2000 Priyadarshan dirige un film intitolato Hera Pheri con Akshay Kumar, Tabu,  Paresh Rawal e Sunil Shetty ma non si tratta di un remake.

30 ottobre 2011

BHUMIKA



Considerato tra i migliori lavori di Shyam Benegal, Bhumika è un racconto lento e sofferto che ferisce per la natura dei suoi contenuti ma ammalia per la qualità delle interpretazioni e la cura nell’architettura narrativa. Un presente sbiadito si intreccia a ricordi girati in seppia prima che irrompano i colori e le luci di scena dell’industria cinematografica. Vestita di seta lucente, vistosamente truccata, cavigliere e fiori nei capelli, Usha / Urvashi  si presenta al suo pubblico con un’esibizione di danza nel set, la troupe è in fermento, le ragazze più inesperte la seguono, i tecnici la fissano estasiati, il suo sguardo trascina la telecamera con una malinconia che seduce mentre i passi veloci nascondono un’energia solo apparente. Smita Patil ha sentito il personaggio, l’ha fatto muovere, camminare, respirare, le ha prestato il suo volto, gli occhi intensi e il nero conturbante dei suoi capelli, ha fatto tremare le sue mani davanti alla sorpresa e al dolore, le ha dato la speranza di continuare a cercare, l’ha resa raggiante come una giovane sposa, ha spento le emozioni senza fiatare di fronte alle gabbie decise dal destino.


TRAMA
Usha (Smita Patil) viene spinta dalla madre ad entrare nel mondo del cinema ancora bambina, inizia come playback singer per divenire poi una delle attrici più richieste. All’apice della sua carriera i gossip la avvicinano all’attore Rajan (Anant Nang) quando invece è segretamente incinta di un amico di famiglia molto più grande di lei (Amol Palekar). Dopo il fallimento del matrimonio la donna cerca nuove relazioni , con un regista ombroso (Naseruddin Shah) e con un ricco proprietario terriero (Amrish Puri), ma le illusioni crollano e la sua vita torna di nuovo al punto di partenza: il piccolo appartamento di Mumbai, la pioggia, la solitudine e la sua professione nello spettacolo.


Smita Patil , insieme a Naseruddin Shah e Shabana Azmi, è stata una delle maggiori personalità della New Wave del Cinema Parallelo prodotto in India tra gli Anni ’70 e gli ’80, impossibile non restare folgorati dalla sua forte presenza scenica e dell’intensità, a volte inquietante, dei suoi sguardi. Smita ha prediletto ruoli controversi e scene drammatiche, profonde discese nell’interiorità dei personaggi ed esplorazioni dei molteplici aspetti dell’essere donna. Le innegabili doti dell’attrice, purtroppo prematuramente scomparsa, non smettono di destare meraviglia e ammirazione.
Il film è un viaggio tutto al femminile verso la totale disillusione, la riappacificazione con la solitudine e con la propria identità. Le figure maschili sono deboli, ipocrite e insensibili, sembrano loro piuttosto che l’attrice sul set a dover indossare delle maschere e portare avanti un ruolo con battute circostanziali, parole vuote e lusinghe. Uomini che non amano, che sfruttano, che schiavizzano, che  nascondono la prima moglie inferma o celano il loro passato agli occhi della nuova conquista. Gelidi di fronte ai sentimenti, attratti solo da una bellezza ormonale ed estetica, pronti a stancarsi facilmente e passare oltre, come se niente fosse.
Usha è una donna indipendente ma fragile, sa essere pratica e adattarsi a nuove situazioni, riesce a gestire la sua immagine pubblica eppur fallisce nell’individuare la natura dei suoi legami affettivi e non smette di raccontarsi bugie; ripetutamente si inganna, non vuole riconoscere di essere circondata dal nulla, prova a pensare al futuro ma continua a scegliere il passato e per abitudine si unisce all’uomo sbagliato.  La protagonista ha la tendenza a spingersi verso l’ignoto per poi correre nuovamente verso ciò che le è familiare, riascolta il vecchio disco della nonna, cerca rifugio tra gli alberi del giardino, tra le braccia dell’uomo che conosce da una vita o sotto casa dell’attore la corteggiava da ragazza, si guarda riflessa allo specchio negli attimi di tensione o di paura. La continuità di certi elementi ormai fissi nella sua vita divengono una spiaggia su cui riposare quando anche le novità si rivelano inaspettatamente tristi.
Le situazioni si ripetono, la donna lascia la vita di prima e prova ad iniziare daccapo, cede alle attenzioni di Sunil perchè l’uomo è attratto dal suo spirito ribelle e li accomuna la stessa inquietudine. Il personaggio , forse il più complesso profilo maschile del film interpretato da un grandissimo Naseruddin Shah, è l’artista  sensibile ma nichilista, o meglio, la proiezione di esso. Gli eventi sembrano provare che la creatività e il dono dell’intelletto non rendono la persona più completa e profonda, anzi, l’arte stessa diventa un rifugio dal terrore della mediocrità di un’esistenza come tante. I punti di vista dell'ombroso regista sono affascinanti,   il modo in cui esce di scena fa però riflettere attorno ai limiti e alle contraddizioni di questa figura,  lasciando il pubblico a chiedersi se la sua emotività non sia stata solo di facciata e quindi  nient'altro che uno dei tanti ruoli.  
Fuggendo nuovamente dal marito geloso e sfruttatore (Amol Palekrar)  Usha incontrerà Vinayak (Amrish Puri) l’altero nobiluomo che le prometterà una vita serena per poi soffocarla nelle regole asfissianti della sua rigida impostazione patriarcale. La donna desidera reinventarsi e spogliarsi dell’abito di scena (per lei materializzazione delle ipocrisie)  ed è così disperata nel suo intento che sceglie con fretta e non riesce ad accorgersi né della freddezza, nè della malafede degli altri. Anche se cerca di voltare le spalle al passato i suoi volti e le sue situazioni ritornano e tutto comincia da dove è iniziato.
Ogni elemento è curato con attenzione, le ambientazioni, le battute e persino i silenzi. Il passare degli anni si può avvertire da dettagli come il variare dei modelli di automobili e acconciature o le differenze nelle tipologie di set in cui Usha sta lavorando, da avventure di cappa e spada al mitologico, fino a storie d’amore e melodrammi. La fotografia di Govind Nihalani propone un duplice racconto in bianco nero e a colori,  tinte e luci che sembrano impazzire ed esplodere nel numero musicale di apertura e chiusura. Smita Patil è impeccabile come tutti i co-protagonisti, lo script è solidissimo, la regia audace, la storia è un sofferto confluire  di eventi sbagliati, fin troppo realistica da lasciare amarezza.  

Il mio giudizio sul film : ***** 5/5


ANNO: 1977

REGIA : Shyam Benegal

TRADUZIONE DEL TITOLO : Il ruolo

CAST
Smita Patil ………………….. Usha
Amol Palekar ………………….. Keshav
Naseruddin Shah ………………… Sunil Verma
Amrish Puri …………….. Vinayak
Anant Nang …………………. Rajan


COLONNA SONORA : Vanraj Bhatia, testi di Majrooh Sultanpuri

PLAYBACK SINGERS: Chandru Atma, Firoz Dastur, Uttara Kelkar, Saraswati Rane, Preeti Saagar e Bhupendra.



QUALCOS’ALTRO:

La trama del film è ispirata alla biografia dell’attrice marathi Hansa Wadkar dal titolo Sangtya Haika

Bhumika è stato dichiarato miglior film dell’anno alla cerimonia dei Filmfare Awards nel 1978, nello stesso anno Smita Patil si è aggiudicata il National Award come Miglior Attrice Protagonista

Urvashi, il nome d'arte scelto da Usha al suo ingresso nel mondo dello spettacolo, è legato ad una figura della mitologia hindu, la danzatrice celeste.

Bhumika : The Roles of Smita Patil è il nome dell’esposizione temporanea tenutasi nel 2010 presso il Lincoln Centre di New York, curata dalla sorella minore Manya Patil.

24 settembre 2010

KOSHISH


Un film senza parole e quasi privo di suoni ma dall’espressività squarciante. Una silenziosa poesia di segni e sguardi. Gli occhi gridano e gesti appena accennati suggeriscono emozioni, lanciano richiami, sigillano promesse. Nella tenerezza, nella disperazione, emerge la storia di un amore puro, un legame indissolubile acceso dalla volontà di sfidare la natura e il destino. L’essere infantili, testardi, forti e scoprirsi di colpo ingenui, fragili e irresponsabili. Due vite che si legano in un unico e difficile cammino, un lungo percorso, un tentativo.


TRAMA

Aarti e Hari, entrambi sordomuti , si innamorano e decidono di costruire una vita insieme. Fiduciosi di poter avere una propria casa e una propria famiglia affrontano ogni ostacolo senza scoraggiarsi e custodiscono con pazienza, giorno dopo giorno, la propria felicità.


Gulzar è stato per il cinema indiano una risorsa inesauribile di energia: poeta, scrittore, sceneggiatore, regista, una personalità completa e complessa, un talento creativo dai mille volti i cui contributi furono fondamentali nella realizzazione e nel successo di innumerevoli produzioni. Protagonista prediletto dei film da lui diretti il sorprendente Sanjeev Kumar, attore dalla comunicatività urlante, fusione perfetta di raffinatezza e prepotenza espressiva, l’uomo comune e l’artista, la virilità nascosta da fragilità e tenerezza, la volontà di esprimere senza riserve le proprie sensazioni. Jaya Bhaduri condivideva con Sanjeev uno stile interpretativo piuttosto somigliante e perfettamente compatibile, oltre che e un’immagine altra, schiva, discreta, coinvolgente. La loro collaborazione professionale fu chimica istantanea, e Koshish, un film attentamente studiato per loro, ne celebra la perfetta e completa interazione.

La vita quotidiana è una lotta nella quale non bisogna perdersi d’animo, questo sembra suggerire il film, nella quale l’unione di diverse esperienze di limiti e debolezze può trasformarsi in una solidissima forza. L’essere umano è pieno di risorse ed è nella sua natura cercare di superare gli ostacoli imposti, la volontà e l’amore vincono sulla vulnerabilità, sui pericoli, sull’isolamento.

Una perla silenziosa sperduta nell’oceanica (e fantastica) produzione cinematografica indiana, Koshish è una dolcissima canzone d’amore, più di una riflessione, più di un dibattito, più di un film sociale. La malinconia del vivere, la sincerità, l’affetto, la voglia di reagire si impossessano degli attori, e di ogni loro azione, trasformando il film in una delicata favola. Una favola dove la capacità di comprendersi e di non abbandonarsi diviene una tesoro prezioso .


Il mio giudizio sul film : ***** 5/5


ANNO : 1972

TRADUZIONE DEL TITOLO: Tentativo

REGIA : Gulzar


CAST:

Sanjeev Kumar……………….Hari

Jaya Bhaduri…………………….Aarti

Om Shivpuri......................... Narayan

Asrani………………………….Kamu

Dina Pathak.................... Durga



COLONNA SONORA : Madan Mohan, testi di Gulzar


PLAYBACK SINGERS : Mohammad Rafi, Sushma Shreshta



QUALCOS'ALTRO:

- Nel film ha un veloce cameo anche l'attore Dilip Kumar

- Sia Sanjeev Kumaar che Jaya Bhaduri vinsero il National Award per la loro interpretazione nel film

- Alcune canzoni scritte dal compositore Madan Mohan prima della sua morte e mai utilizzate in alcun film vennero riprese , sottoposte a modifiche e incluse nella colonna sonora di Veer Zaara (2004).

- Anche nel film di S.L. Bhansali Khamoshi - the musical viene ripreso il tema di una coppia sordomuta (Seema Biswas e Nana Patekar) che cresce una figlia in grado di sentire e parlare.


21 settembre 2010

MEHBOOB KI MEHNDI



Oro e rosso, viola e bianco, verde smeraldo e giallo sole, trionfi di azzurro, ovattatissimo rosa. La bellezza formale delle inquadrature, delle scenografie e dei costumi vincono sull'assenza di una storia e di un credibile intreccio. La regia costruisce un quadro piacevolmente irreale in cui la protagonista sfoggia abiti principeschi, cotonate pettinature, sullo sfondo di interni fastosi, veli colorati e belle melodie. A far sorridere i più giovani le gag di un ragazzino simpatico e di un buffo pazzo innamorato, a soddisfare spettatori e spettatrici la star Rajesh Khanna nel pieno della sua forma, e, per i più esigenti, versi e virtuosismi poetici. Ma non è abbastanza. Nella sua trionfante dolcezza il film si mantiene sospeso senza una direzione, restando una vistosa nuvola di nulla.


TRAMA

Shabana si accorge di essere la figlia di una cortigiana e scopre che gli amici di sua madre la stanno cercando per far di lei una prostituta. Aiutata dalla nonna, la ragazza sale sul primo treno e si ritrova a Lucknow, dove , grazie al suo aspetto angelico, le sarà facile trovare un lavoro rispettoso, un ricchissimo alloggio oltre che un affascinante corteggiatore e un promettente matrimonio in vista. La fortuna le sorride abbondantemente, ma ecco che il passato, e qualche scomodo personaggio, sono pronti a fare capolino nel suo quadro di felicità perfetta.


Il film, elegante e romantico, fu un'autentica super hit commerciale grazie alle belle canzoni, facilissime da memorizzare , i manierismi ammiccanti di Khanna, il trascinante humor e qualche scena graziosa davvero. Purtroppo, seguendo una tendenza contemporanea secondo la quale anche film delicati e poetici si ritrovavano di punto in bianco strani epiloghi con lunghissime udienze in tribunale (vedi anche Ek Nazaar, la cui atmosfera piacevole si interrompe di colpo quando il regista fa marcia indietro e parcheggia erroneamente il film nella sezione thriller). Mehboob ki mehndi , la cui forza è esclusivamente data dall’unione di estetica + raffinatezza, subisce un repentino blocco e si cementa sulla sue ultime sequenze, seriose, inutili, eccessivamente esplicative. Neanche Pradeep Kumar, attore veterano e abitué dei film sentimentali guidati da versi in Urdu, riesce a risollevarne le sorti e si nasconde dietro una barba posticcia.

Applausi solo a Rajesh Khanna, fresco, spontaneo e divertente, ai costumisti di Leena Chandavarkar e a Laximikant / Pyarelal, autori della colonna sonora.



Il mio giudizio sul film : ** 2 / 5

ANNO : 1971

TRADUZIONE DEL TITOLO: Il mehndi dell’ amato
I disegni al mehndi, (tatuaggi temporanei di buon auspicio eseguiti solitamente su mani e piedi delle spose), sono una caratteristica dell’arte estetica indiana. Elaborati motivi, impreziositi a volte da applicazioni luccicanti, vengono tracciati secondo la propria fantasia o ricalcando stencil già definiti in un vero e proprio rituale domestico precedente alle nozze.


REGIA : H.S. Rawail

CAST:

Leena Chandavarkar………………………… Shabana
Rajesh Khanna……………………………… Yusuf
Pradeep Kumar………………………………Anwar Qamaal
Indira Bensal………………………………… la nonna
Paro……………………………………………Gulkand
Jagdish Raj…………………………………Nisar


COLONNA SONORA : Laxmikant / Pyarelal, testi di Anand Bakshi

PLAYBACK SINGERS: Kishore Kumar, Lata Mangeshkar, Mohammad Rafi

03 agosto 2010

SHOLAY




La veloce etichetta di “curry western” sta stretta e scomoda come lo sarebbe un pesce rosso finito nella busta del luna park. Sholay è potenzialmente un evento miracoloso, un fenomeno che semplicemente “accade”, una coincidenza per la quale ogni personaggio coinvolto nella realizzazione è riuscito in questo contesto a tirar fuori il suo meglio, ciascun artista può impegnarsi al massimo di fronte ad un progetto interessante ma nessuno possiede la facoltà di prevedere in quale momento della propria carriera vedrà dinanzi la sua opera più grande. Ramesh Sippy, il regista, dichiarò di non essere mai stato troppo sicuro del suo lavoro e di non aver mai intuito di star dando vita a una leggenda. Chissà se lo ha pensato sul serio, forse si, anche solo un minimo cambiamento nel cast avrebbe variato l‘armonia di un perfetto film, che probabilmente non è solo il frutto di sagge intuizioni e talenti ma anche dell’ inspiegabile confluire di fortunate casualità.


TRAMA
Jai e Veeru (Amitabh Bachchan e Dharmendra) , due adorabili mercenari legati da una profonda amicizia, vengono ingaggiati da un ex ufficiale di polizia (Sanjeev Kumar) per dare la caccia a Gabbar Singh (Amjad Khan) , uno spietato bandito che semina il panico tra la sua gente . Nonostante il desiderio di liberare il villaggio dalla morsa di Gabbar resta in ombra il motivo per cui un gentiluomo come Thakur aspetti con ansia un faccia a faccia con il fuorilegge, e come mai abbia chiesto ai due di consegnarlo vivo nelle sue mani. Veeru corteggia allegramente la vivacissima Basanti (Hema Malini) mentre Jai istaura uno strano rapporto di rispettosa confidenza con la vedova Radha (Jaya Bhaduri), per niente intimoriti dalle minacce del bandito Jai e Veeru continuano a respingere i suoi attacchi e guadagnano l’appoggio della popolazione che riscopre la voglia di lottare e li acclama come eroi.


La sua atmosfera ricorda indubbiamente alcuni western movies di Sergio Leone, ma non fatevi ingannare, Sholay è la quintessenza del cinema indiano: valori, sinergia di vibrazioni, dramma che si alterna a momenti d’ intrattenimento, amore silenzioso e spirituale, ansia di riscatto, vendetta, canzoni, colori, musica, contrasti, coraggio e dialoghi che si fissano nella mente come potenti filastrocche o trafiggono come una scarica di frecce avvelenate.
La storia si svela attraverso costanti flashback e interessanti catene narrative, il vero protagonista, lo spietato Gabbar Singh, appare per la prima volta dopo oltre un’ora di film e il suo ingresso sulla scena è a plateale e imperdibile. Il villain “più villain” della storia del cinema indiano è così ben delineato da suscitare contrastanti reazioni di simpatia, (più tardi Shekar Kapoor riuscirà a ricreare un effetto simile con il suo Mogambo in Mr India) malvagio fino al midollo, sadico e dalla risata isterica, le sue battute cadono perfettamente l’una sull’altra tra azioni grottesche e reazioni infantili.
Ma Sholay è soprattutto il film dell’amicizia e sull’amicizia, esemplificata sullo scena dalla pazza corsa in sidecar. Nella prima parte del film Jai e Veeru appaiono una cosa sola e il loro rapporto indissolubile è rappresentato simbolicamente nella canzone “Yeh Dosti”, dove si reggono l’uno sulle spalle dell’altro, trovando l’equilibrio per sostenersi a vicenda senza lasciarsi andare; dalla seconda parte, i due iniziano a vivere alcuni spazi di intervallo, Veeru cerca la sua privacy per conquistare Basanti mentre Jai si apparta nei suoi pensieri. Amitabh Bachchan e Dharmendra scoprono un’ irripetibile e perfetta interazione, difficile dire se sia il tenebroso Jai , dall’humor elegante, o lo scapestrato ubriacone Veeru a catturare per primo il cuore del pubblico.

Se Jai e Veeru veicolano lo svolgimento della storia Thakur traccia le linee della sua filosofia. Ma quale è il messaggio? La volontà di superare la passività alla tirannia o il sacrificio personale per la felicità di chi sia ama? E’ la ricerca di una vendetta o di una seconda possibilità? Magari è l’emergere di un senso di responsabilità verso gli altri secondo il quale la parola data e la fiducia riposta divengono un contratto per la vita.
Drammatico, avvincente, ricco di contenuti e scene potenti, ma anche leggero e spassoso, Sholay è uno strano esperimento che ha luogo in un’esotica location da film di frontiera americano. Il villaggio è un microcosmo in cui coesistono il tempio e la moschea e i ritmi di vita sono scanditi da ricorrenze e celebrazioni. Il treno, con le immagini del quale il film si apre e si chiude, è il punto di collegamento tra il villaggio, nascosto tra le aride colline, e la città, dalla quale provengono i protagonisti.
La telecamera segue ansimante il galoppo dei cavalli e spazia in desolate riprese panoramiche, l’uso del fermo immagine nel momento in cui viene colpito a morte ciascun membro della famiglia di Thakur moltiplica per cento l’impatto della scena, il vento rimuove indecoroso il telo dai corpi dei defunti scoprendo allo sguardo terrorizzato dell’ufficiale i volti delle vittime di Gabbar Singh. Nuvole di colore nella gioiosa festa di Holi, passione e melodramma in “Jab tak hai jaan” il tentativo di Basanti di salvare il suo amato con una danza senza fine sotto il sole cocente, fino all’item song di Helen, conturbante ballerina nell’accampamento gitano in “Mehbooba Mehbooba” , e poi inseguimenti, rappresaglie, fino agli sguardi silenziosi tra Jai e Radha, l’amore inconfessato scandito dal suono dell’armonica e dalla luce delle lanterne, spente una ad una secondo un lento e suggestivo rituale notturno.

Sholay = Fiamme. Il titolo dice tutto in una parola.
Il film è un costante incendio e l’attenzione del pubblico diviene magma incandescente. Sholay è’ il fuoco delle esplosioni, della polvere da sparo o della pira funebre, del falò accesso dai gitani, ma soprattutto le fiamme che gridano negli occhi di Sanjeev Kumar , misteriosamente avvolto nel suo manto grigio, dalla voce pacata ma dentro ardente di rabbia. La rabbia inconsolabile di chi giunge a punto di non ritorno.

Il mio giudizio sul film : ***** 5 / 5


ANNO : 1975

REGIA : Ramesh Sippy

CAST:
Amitabh Bachchan……… Jai
Dharmendra………………. Veeru
Sanjeev Kumar……………. Thakur
Hema Malini…………………. Basanti
Jaya Bhaduri………………… Radha
Amjad Khan…………………… Gabbar Singh
Satyen Kappu……………………. Ramlal
A.K. Kangal……………………….. Imam
Sachin……………………………..Ahmed
Jagdeep………………………… Soorma Bhopali
Asrani……………………………….. il carceriere
Mac Mohan…………………. Sambha
Viju Khote…………………….. Kaalia
Helen………………………….ballerina gitana


COLONNA SONORA: R.D. Burman (musica) , Anand Bakshi (testi)

PLAYBACK SINGERS: Manna Dey, Kishore Kumar, Lata Mangeshkar, Rahul Dev Burman



CURIOSITA’, GOSSIP, TRIVIA, INFORMAZIONI :


La storia di Sholay fu scritta dagli sceneggiatori Salim Khan e Javed Akhtar, meglio noti come Salim / Javed autori anche di alcuni cult movies come Don, Zanjeer e Deewaar

Mi ripeterò aggiungendo che i dialoghi sono uno dei suoi più evidenti punti di forza, tanto che vennero commercializzati dischi in vinile con le più celebri battute del film. Tra le frasi più popolari : “Kitne aadmi thei / quanti uomini erano?” , “tumhara naam kya hai Basanti? / quale è il tuo nome Basanti?”, "Jo darr gaya, samjho marr gaya / se hai paura è come se fossi già morto", “Kynke mujhe befuzool bast karne ki aadat to hai nahin / non ho l’abitudine di parlare a vanvera” , "Tera kya hoga Kaliya? / adesso che ti succederà Kaliya?" , "Hum Agrenzo ke zamane ke jailor hain! / sono un carceriere dai tempi degli inglesi!"

Amjad Khan nel ruolo Gabbar Singh era al suo debutto cinematografico, il più celebre villain di tutti i tempi fu copiato e preso d’ispirazione in moltissimi altri film, spesso ri-interpretato dallo stesso attore (come in Ram Balram che vede sempre protagonista la coppia Amitabh Bachchan / Dharmendra). Il personaggio di Gabbar Singh è stato modellato su un reale evento di cronaca, pare infatti che negli anni ’50 un bandito con lo stesso nome terrorizzasse i villaggi nei pressi di Gwalior, la stessa figura appare anche in un racconto scritto dal padre di Jaya, lo scrittore Tarun Kumar Bhaduri.

Il set naturale è l’arido paesaggio di Ramanagaram, nei pressi di Bangalore (Karnataka), oggi diventato un luogo d’interesse turistico e ribattezzato “Sippynagar” o “Sholay rocks”.

Satrughan Sinha fu la prima scelta per il ruolo di Jai, successivamente Amitabh Bachchan mostrò interesse al personaggio e convinse Ramesh Sippy a sostituire Sinha con lui. Danny Danzongpa che doveva interpretare Gabbar Singh a causa di una sovrapposizione di date dovette rifiutare il ruolo, si trovava in Afghanistan per Dharmatma di Feroz Khan.

Durante le riprese del film Jaya era incinta della sua primogenita Shweta, Dharmendra e Hema Malini si sono sposati nel 1980, alcune indiscrezioni svelano che Sanjeev Kumar avesse chiesto ad Hema Malini di sposarlo poco prima che iniziassero a girare, sembra che sia questo il motivo per cui i due non appaiono insieme in nessuna scena.

L’attore comico Jangdeep sulla scia del successo del suo personaggio in Sholay interpretò un film intitolato proprio Soorma Bhopali (1988) nel quale Amitabh Bachchan e Dharmendra avevano un piccolo ruolo.

“Aa shuru hota hai phir” è una canzone qawali inizialmente prevista nella prima stesura del film ma tagliata via dal progetto finale.

Mera Gaon mera Desh (1971) , precursore di Sholay, con Dharmendra e Asha Parekh è considerato il primo film indiano ispirato al genere western.

Nel 2007 Ram Gopal Varma ha diretto un suo personale remake dal titolo Aag, con Ajay Devgan , la star malayamal Mohanlal e Amitabh Bachchan, questa volta nel ruolo del bandito. Performers nell’item song “Mehbooba Mehbooba” Urmila Matondkar e Abhishek Bachchan.

La censura puntò il dito contro l’originale finale di Sholay in cui Gabbar Singh veniva ucciso, non si poteva mostrare la gente del villaggio che rifiuta le istituzioni per farsi giustizia da sola, così Sippy dovette riaggiustare l’ultima scena e cambiare la conclusione.

Il record di permanenza nelle sale è rimasto imbattuto per oltre 25 anni, fino all’arrivo di Dilwale Dulhania le Jayenge.

Il 1975 fu particolarmente fortunato per l’industria cinematografica indiana, molti film interessanti vennero distribuiti contemporaneamente a Sholay : Chupke Chupke e Mili di Hrishikesh Mukherjee, il controverso Julie, il tenero Chhoti si baat di Basu Chatterjee . Rishi e Neetu Singh frizzanti love birds rivoluzionano le mode in Khel Khel Mein mentre Yash Chopra firma il suo capolavoro Deewaar, Feroz Khan dirige Dharmatma e Gulzar è contemporaneamente impegnato alla tagliente sceneggiatura di Faraar e alla direzione del romantico Mausam e di Aandhi dramma politico / familiare con una sbalorditiva Suchitra Sen.

Si trovano innumerevoli, anzi incontabili, riferimenti a Sholay nei film più svariati. Tra cui: Dhoom 2, Baazigar, Dostana, Lage Raho Munna Bhai, , Andaz Apna Apna, Hum apke hain koun, , Jodi N.1, Bluffmaster, Jhonny Gaddar, Main hoon na, Luck by Chance, Main khiladi tu anari, 3 idiots e il recente Love Sex aur Dhokha.

Per saperne di piu leggete il libro di Anupama Chopra Sholay - the making of a classic, pubblicato nel 2000 da Penguin Books India.

29 marzo 2010

AMAR AKBAR ANTHONY



Trascinando in un vortice di commedia ad azione, amore a dramma, passando da situazioni incredibili ad altre normalmente quotidiane, Amar Akbar Anthony è una pietra miliare della scoppiettante filmografia anni Settanta. Potrei consigliarlo come l’esempio più classico di “lost and found movie” un genere molto in voga nei decenni postclassici del cinema indiano, la cui storia è intrecciata e sospesa nel tempo, i legami tra i personaggi si rompono, si confondono, per poi ritrovarsi nel corso degli anni. L’avvincente e variegato multi-starrer unisce in un solo film dalla trama rocambolesca i nomi di Pran, Nirupa Roy, Parveen Babi, Neetu Singh e Shabana Azmi, accanto ad un’eccezionale triade di protagonisti : Amitabh Bachchan, Vinod Khanna e Rishi Kapoor.

TRAMA
Ingannato da un potente gangster locale, Kishanlal vede sgretolare in un attimo la sua vita, la moglie tenta il suicidio e i suoi figli si dividono e si perdono mentre cercano di scappare. Adottati rispettivamente da una famiglia induista, da un sarto musulmano e da un parroco cristiano, ciascun ragazzo cresce in un contesto diverso: Amar diviene un ispettore di polizia, Akbar un gioioso musicista qawali e Anthony un impenitente contrabbandiere di alcolici. Ancora prima di conoscere la loro vera identità i tre si scoprono amici e le loro storie si intrecciano di nuovo.


Manmohan Desai è un vero mago dell’intrattenimento popolare. Apparentemente rustici e poco elaborati i suoi film incedono a ritmi pulsanti e nascondono una conoscenza profonda dei meccanismi di gradimento e coinvolgimento del pubblico.
Le tre storie hanno equivalente spessore e si alternano con vivacità ed equilibrio. La classe di Amitabh Bachchan trionfa nel sarcastico e simpatico personaggio di Anthony Gonzalves, che si ubriaca, lotta tra la polvere e ride dietro le sbarre ma è anche capace di trasformarsi in eroe romantico o campione d’eleganza, fino a saltare fuori da un gigantesco uovo di Pasqua sorprendendo gli ospiti con divertenti indovinelli, privi di senso, ma in perfetto British English. Quest’uomo ha dell’incredibile, sarete d'accordo con me.
Rishi Kapoor aggiunge quel tocco di energia scanzonata accanto alla sua luminosa e sempre sorridente Neetu Singh. A Vinod Khanna spetta invece il personaggio più bacchettone e meno loquace, nonché l’eroina più smorta, (Shabana Azmi) ma il tanto antipatico Amar della prima parte diviene molto meno serioso nella seconda, fino a meritarsi una standing ovation nella canzone che da il titolo al film, in cui si esibisce coperto di strumenti musicali in un mix di straordinaria follia.


Le scene più belle:
1) Medaglia d'oro al monologo di Amitabh Bachchan ubriaco davanti allo specchio. Da solo vale il prezzo del film. Uno dei momenti in cui Big B supera se stesso per ironia, stile e credibilità. Gustiamocela con calma e gettiamoci a suoi piedi.
2) La serenata di Rishi Kapoor sotto casa della sua bella, matta e divertente la canzone "Taiyyab Ali pyar ki dushman" / (Taiyyab Ali nemico dell’amore) nasce per essere un corteggiamento alla ragazza e finisce per diventare un attacco irresistibilmente velenoso al padre stizzito e tutto d'un pezzo.
3) La rivalsa di Kishanlal. L’uomo ordina al suo nemico di lucidargli le scarpe ripetendo al contrario l’umiliazione subita in passato. Dieci e lode ad un inossidabile Pran che trafigge lo schermo con una sola azzeccatissima scena.


Il mio giudizio sul film : **** 4/5


ANNO: 1977

REGIA: Manmohan Desai


CAST :
Amitabh Bachchan………………Anthony Gonzalvez

Rishi Kapoor…………………………Akbar Allahbadi

Vinod Khanna……………………… Amar Khanna

Pran……………………………………… Kishanlal

Parveen Babi………………………Jenny

Neetu Singh…………………………Salma

Shabana Azmi………………………… Laxmi

Jeevan………………………………… Robert

Nirupa Roy……………………………Bharti



COLONNA SONORA : Laxmikant & Pyarelal

PLAYBACK SINGERS: Mohammed Rafi, Kishore Kumar, Lata Mangeshkar, Mukesh, Mahendra Kapoor, Shailendra Singh

QUALCOS'ALTRO:
- Amitabh Bachchan si aggiudicò il Filmfare Award come miglior attore protagonista per la sua interpretazione nel film. Laximikant & Pyarelal vinsero nella categoria Miglior colonna sonora.
- Esistono remakes Telegu e Malayamal usciti negli anni ’80 intitolati Ram Robert Rahim e John Jaffard Janardhan
- My name is Anthony Gonzalves oltre ad essere il ritornello della canzone più popolare di Amar Akbar Anthony è anche il titolo di un film uscito nel 2008
- Nel film Baadshah, Shahrukh Khan improvvisa una veloce parodia del famoso discorso strampalato di Big B in inglese.
- Il nome Anthony Gonzalves viene usato come identità immaginaria dell'amico di Ajay Devgan in uno degli equivoci di Golmaal Returns (2008)

23 novembre 2009

CHHOTI SI BAAT


Come suggerisce il titolo si tratta di una cosa banale (chhoti si baat) eppure il protagonista scivola nel panico più completo e tra una frustrazione e l'altra sogna la sua riscossa.
La storia è semplice. L'esecuzione geniale.
A loro agio nella vita cittadina ma perfettamente naïve, i personaggi passano le giornate appoggiati a una piccola scrivania in uffici sovraffollati, tra quotidiane attese di un rosso autobus a due piani e pause pranzo ricche di pettegolezzi in veloci ristoranti nei dintorni. Una generazione attiva e moderna ma estremamente goffa che fatica ad uscire dal guscio e attende di essere rassicurata.
Set naturale del film, una Mumbai anni '70 incasinata quanto confortevole, lontana dal glamour di Bollywood e rigorosamente Middle Class.

TRAMA
Il timidissimo impiegato Arun incontra tutti i giorni la ragazza di cui è innamorato ma non riesce né a salutarla né tantomeno ad invitarla a vedere un film, i colleghi lo ignorano e la sua ingenuità lo rende una facile preda dei truffatori. Spaventato dall'arrivo di un nuovo possibile rivale in amore si affida alle lezioni di un bizzarro colonnello in ritiro, specialista nel dare consigli. Sotto l'occhio vigile del suo “personal trainer” ritorna in città per trasformarsi nell'uomo che vorrebbe essere, determinato a conquistare la sua bella e prendersi una succosa rivincita.

Arun è un giovanotto alla “yes Sir, sorry Sir”, troppo onesto, troppo pudico, troppo corretto. Il suo corteggiamento, o meglio, mancato corteggiamento, è ricco di parentesi comiche seguite da relative dream sequences che il protagonista si concede per addolcire la sua situazione stagnante . Frequenti le interruzioni tra il racconto di quello che Arun fa e le immagini di quello che vorrebbe fare tanto che ad un certo punto sogna di saltare dentro al film che sta guardando e sostituirsi a Dharmendra per dare libero sfogo alle sue aspirazioni di seduttore.

Ashok Kumar è impareggiabile nel ruolo del colonnello dal nome altisonante ( Julius Nagendranath Wilfred Singh) che si incarica della formazione sociale di Arun impegnandolo in corsi accellerati di sicurezza, autostima, comportamento, linguaggio del corpo e soprattutto.. corteggiamento.
Il momento della diagnosi del suo paziente è uno dei più divertenti, tra occhiate di disappunto e strani termini specialistici come : 'love labor lost case', 'unstable para nautical frustration', 'improper conditioning and defective verbal communication' ...

Il mio giudizio sul film: **** 4/5
Trattasi di una commedia a regola d'arte.
Al contrario di molte uscite attuali il film riesce a far ridere senza dimostrarsi MAI una pura scemata. L'umorismo è leggero e irresistibile, i ritmi perfettamente studiati e basta uno sguardo per affezionarsi ai personaggi.

ANNO: 1975

TRADUZIONE DEL TITOLO: Una cosa banale / una piccola cosa

REGIA : Basu Chatterjee

CAST:

Amol Palekar............ Arun Pradeep
Ashok Kumar........... Colonel Julius Nagendranath Wilfred Singh
Vidya Sinha...........… Prabha
Asrani........................ Nagesh

Apparizioni speciali di Amitabh Bachchan, Dharmendra, Hema Malini, Manmohan

CURIOSITA'

- Il film inizia dispensando una marea di informazioni su personaggi minori attraverso una voce fuori campo. L'abbondare di dettagli, inutile nell'economia del film, nasce con l'intento di creare una parentesi accattivante arrivando a mischiare situazioni buffe con immagini realistiche ed anatomiche. Chissà se il regista francese Jean Pierre Jeunet si è ispirato a Chhoti si baat per il suo prologo ne Il favoloso mondo di Amelie. Magari è così.

- Amol Palekar non è solo un attore (imperdibile il suo doppio ruolo in Golmaal di Hrishikesh Mukherjee) ma è stato anche il regista del fiabesco Paheli (2005).

- Arun e Prabha si incontrano tutti i giorni alla fermata dell'autobus sulla quale svetta un'enorme e coloratissima locandina vintage. Si tratta del film Zameer con Amitabh Bachchan e Saira Banu uscito sempre nel 1975.

- Il buffo pranzo tra Arun , Prabha e Nagesh ha luogo nel Flora Restaurant, un locale con cucina cinese molto in voga negli anni '70

- Il look di Surinder / Shahrukh Khan in Rab ne bana di jodi ricorda molto l'immagine di Amol Palekar in titoli come Chhoti si baat e Golmaal.

29 agosto 2009

BAWARCHI



Un piccolo gioiello nato dal nulla.

Nient’altro che una casa borghese, una famiglia isterica e insoddisfatta alla ricerca di un nuovo servitore e un cuoco chiacchierone che vorrebbe rieducare i suoi padroni. Se non aggiungessi che il film è stato diretto dal grande Hrishikesh Mukherjee in collaborazione con il poeta Gulzar potrebbe sembrare una pura banalità, ma il tocco magico fa la differenza. Squadra che vince non si cambia. Si riunisce ancora una volta il team che aveva guidato il successo di Anand e nasce un nuovo film capace di “parlare”, perfettamente connesso a cuore e cervello e sintonizzato sulle giuste frequenze.


TRAMA
L’arrivo di un cuoco simpatico e brillante ravviva l’atmosfera smorta di una famiglia nevrotica, dove tutti sembrano non avere altro da fare che lamentarsi in continuazione e inventare problemi inesistenti. Le doti di Raghu  (Rajesh Khanna) vengono alla luce un po’ alla volta, ma insieme agli effetti benefici da lui provocati, iniziano a sorgere dubbi sulla sua vera identità.


Popolata da personaggi divertentissimi quanto insopportabili, casa Sharma sembra farsi ogni istante più piccola, non c’è una porta che si possa chiudere, non c’è uno sguardo al quale si possa sfuggire. Tutti caratterizzati da maggiori vizi che virtù, i componenti della famiglia appaiono uno dopo l’altro mettendo in scena le proprie esasperazioni.Il nonnetto controlla giorno e notte Il cassettone dei gioielli e lo chiude con doppi giri di catene e lucchetti, le cognate acide e pressanti non perdono un’occasione per attaccarsi, e tra urla, litigi e discussioni, dall’incombente mediocrità si salva solo la sorridente Krishna (Jaya Badhuri), isolata nel suo mondo fatto di piccole gioie.

Rajesh Khanna centra il bersaglio ancora una volta.
Pur essendo stata a lungo scettica sulle qualità artistiche di quest’uomo non posso che ricredermi davanti alle sue interpretazioni nelle pellicole di Mukherjee. Ma se in Anand le lodi andavano divise anche con Amitabh Bachchan, in Bawarchi l’applauso esclusivo non glielo leva nessuno.
Ad affiancarlo una Jaya Badhuri sempre superba e discreta, in questo film infantile e timida quanto commovente; la malinconia nei suoi occhioni neri mentre spia la cugina bella e vanitosa in pochi secondi scava un autentico buco nello stomaco.

La sceneggiatura è scandita da ritmi vibranti, se la scena fa di tutto per assomigliare ad un palcoscenico teatrale anche le battute risentono di questa impostazione e si frammentano per essere più fluide. I dialoghi sono diretti, sentiti, immediati, intervallati da frasi ricorrenti che appaiono e riappaiono più volte fino a che arriva un momento in cui non te le levi più dalla testa.A me è successo con questa : "It is so simple to be happy but it is so difficult to be simple” / E’ così semplice essere felici ma è così difficile essere semplici.
Mi piace. La dovrò appuntare da qualche parte.



Il mio giudizio sul film: **** 4/5


ANNO: 1972

REGIA : Hrishikesh Mukherjee

TRADUZIONE DEL TITOLO: Il cuoco


CAST:

- Rajesh Khanna…………Raghu
- Jaya Badhuri……………Krishna
- Usha Kiran……………..Choti Maa
- Durga Khote……………Badi Maa
- Aki Kangal……………... Munna
- Asrani………………….. Babbu
- Kali Bannerjee……….. Meeta
- Paintal………………...... Guruji


COLONNA SONORA : Madan Mohan


PLAYBACK SINGERS:
Lata Mangeshkar, Kishore Kumar, Manna Dey, Nirmala Devi, Lakshmi Shankar, Kumari Faiyyaz


UNA CURIOSITA’:
I titoli di apertura non appaiono sullo schermo ma vengono dettati da una voce d’eccezione, quella di Amitabh Bachchan.

31 luglio 2009

CARAVAN


Sulle note di “Pya tu ab to aaja”, l’item song più famosa del passato bollywoodiano, una luminescente Helen travolge tra paillettes e lustrini, ballando con un’energia da eterno capodanno e sorridendo maliziosamente rinchiusa in una gabbietta dorata.
Questo è il momento più celebrato di Caravan, una canzone pazza e seducente che permette al film di iniziare in grande e trasmettere fin dalle prime immagini il giusto entusiasmo.


TRAMA
Sunita è perseguitata dall’uomo che le hanno imposto di sposare, un losco individuo che cerca di ucciderla sognando la sua eredità. Durante la fuga si imbatte in una comitiva di artisti itineranti e si nasconde nella loro carovana. Incontri, un nuovo amore e una valanga di personaggi bizzarri. Una corsa da un capo all’altro del paese prima di un finale inaspettatamente smorto e violento


Film incasinatissimo e carnevalesco, costumi, eccessi, personaggi fortemente caricaturali.

Asha Parekh, attrice preferita del regista Nasir Husain, questa volta si prepara a mostrarsi più composta e sdolcinata del solito, operando cambio d’immagine rispetto i suoi numeri scatenati in Teesri Manzil. Al suo fianco, un divertente Jeetendra nel ruolo di Mohan, impacciato giocherellone, conteso da due donne che finiscono per impaurirlo e metterlo in difficoltà.
Aruna Irani è Nisha, una gitana dai modi piuttosto selvaggi, innamorata di Mohan al punto da perseguitarlo psicologicamente e fisicamente, ottima performer nei vivaci numeri di danza.

Il film è carino ma lontano dall’essere un classico a tutti gli effetti.
Nasce come una piacevole e rocambolesca commedia, e avrebbe dovuto mantenersi in questa linea fino alla fine, ma non ci riesce. Ad un certo punto tutto inizia a farsi troppo serio, i ritmi si rompono e la regia sembra brancolare nel buio finendo per attaccarsi all’àncora del “già visto” e “già sentito”.

Il climax, rumoroso ed esente da qualsiasi forma di originalità, getta una colata di cemento sopra al film appiattendolo drasticamente e rendendolo solo uno tra i tanti.

Il mio giudizio : *** 3/5


Da vedere per :

- l’impedibile item song di Helen, cantata da Asha Bhosle
- la vitale aggressività di Aruna Irani
- i costumi, le acconciature, i set che riproducono in studio un pazzo accampamento gitano
- l’originalità della storia prima che venga abbattuta da un finale clonato


ANNO: 1971

REGIA: Nasir Husain


CAST:

- Asha Parekh………… Sunita
- Jeetendra…………… Mohan
- Aruna Irani…………… Nisha
- Helen……………………Monica
- Ravindra Kapoor………Rajan
- Kishan Mehta…………… Jhonny


COLONNA SONORA : Rahul Dev Burman

PLAYBACK SINGERS: Mohammad Rafi, Asha Bhosle, Rahul Dev Burman, Lata Mangeshkar, Kishore Kumar


UNA CURIOSITA’ :

Due riferimenti a Caravan sono presenti in altrettanti film di Farah Khan, La gabbietta di “Pya tu ab to aaja” compare nella canzone “Dhoom Tana” in Om Shanti Om, mentre “Ab jo milay hain” fa da sottofondo in una famosa scena sexy tra Shahrukh Khan e Sushmita Sen in Main hoon Na.

16 giugno 2009

PAKEEZAH




Innanzitutto questo non si può considerare soltanto un film. Le sue riprese continuarono per oltre quattordici anni e le vicende personali del regista e della sua protagonista si intrecciarono con l’evolversi della trama; Pakeezah venne spesso sospeso e dimenticato per essere tirato fuori più tardi e sottoposto a cambiamenti.
Kamal Amrohi aveva sposato la bellissima Meena Kumari nel 1952, lei, il vero romanzo della sua vita, gli fece dimenticare moglie e figli e lo trascinò in una nuova fase della sua produzione cinematografica. Iniziò a materializzarsi il progetto di un film in grado di essere contemporaneamente intimo ma grandioso, classico ma innovativo, spettacolare e fuori dagli schemi, capace di creare per la sua Meena il personaggio migliore che le sia stato mai proposto, nel quale avrebbe potuto riversare le sue inquietudini innate, la sua eleganza e i suoi stessi timori. Ma la dipendenza dell’attrice dall’alcolismo iniziò a mettere in dubbio la riuscita di Pakeezah e a seguito della crisi coniugale la pellicola venne addirittura dimenticata. Nell’ultima fase della sua carriera, e già pesantemente provata dalla malattia, Meena decise di terminare le sequenze mancanti per far uscire il film nelle sale. Data la distanza temporale con le scene precedentemente girate è impossibile non notare in lei una forte trasformazione, in alcune parti Meena ha un volto fresco e vellutato, danza meravigliosamente e il suo aspetto è dinamico; nelle scene che furono aggiunte dopo è nascosta da un trucco pesante e suoi movimenti sono più lenti, la scenografia, le musiche sembrano partecipare al suo dolore. Eppure, proprio in queste scene Pakeezah raggiunge la sua eccellenza e l’espressività della protagonista è accentuata fino ad essere disperata, dolorosa e a tratti molto inquietante.


TRAMA
Salim (Raaj Kumar) viaggia in un treno di notte e si innamora di una donna bellissima addormentata al suo fianco, non sa chi sia e non vuole svegliarla ma lascia un biglietto ai suoi piedi. Sahibjaan (Meena Kumari), pur essendo una cortigiana, continua a sperare di incontrarlo e rilegge le sue parole in maniera ossessiva.Ancora prima di conoscersi veramente, i due si scoprono legati da qualcosa che va aldilà dell’amore e che le forze della natura cercano di incoraggiare. Anche gli oggetti inanimati prendono vita per proteggere la ragazza e ricondurla al suo destino.


Niente è caso. La musica durante tutte le esibizioni della cortigiana si interrompe di colpo, accentuando lo smarrimento di chi guarda qualcosa che mai viene portato a compimento. Costantemente si rimanda, richiamando la difficile genesi del film, nemmeno i brani musicali sembrano riuscire a trovare una propria fine, restando in bilico nell’attesa. L’acqua accompagna molte delle scene più suggestive e famose, impossibile non pensare al Devdas di Bhansali guardando Meena Kumari immergere le sue chiome corvine nella bellissima fontana. Ma l’acqua diviene anche una presenza misteriosa e oscura, che trascina nel fondo una brocca vuota e minaccia coloro che si avvicinano a Sahibjaan con cattive intenzioni. Troviamo set costruiti in studio e volutamente artificiali, uno strano feticismo dei piedi (elemento onnipresente), scenografici panorami dai colori accecanti. Una musica di sottofondo accompagna gran parte del film, concedendo spazio solo a suoni simbolici come il fischiare del treno, il chiacchiericcio insensato della gente, il tintinnare dei campanelli, uno stormo di uccelli che attraversa il cielo, l’impetuosa forza di una cascata.

Il lieto fine c’è ma è solo un’illusione.  La trama mi sembra nient'altro che un pretesto per camuffare un'intenzione diversa del regista. Il film è fatalista, macabro, sofferente, c’è fin troppa bellezza nata per mascherare un dolore di fondo che non si esaurisce mai, ed è proprio questa sensazione di disagio e di soggezione a restare addosso agli spettatori anche dopo aver fatto scorrere fino in fondo i titoli di coda. Pakeezah è un fastoso racconto di addio, un dolente inganno.


Il mio giudizio sul film : ***** 5/5


ANNO: 1972

TRADUZIONE DEL TITOLO : colei che ha un cuore puro

REGIA: Kamal Amrohi


CAST:

- MEENA KUMARI ..... Sahibjaan / Nargis

- RAJ KUMAR........ Salim Ahmed

- ASHOK KUMAR...... Shahbuddin

- VEENA............ Nawabjaan

- KAMAL KAPOOR..... Nawab Zafar



COLONNA SONORA:
Ghulam Mohammed  e Naushad (musica). Kamal Amrohi, Kaif Bhopali, Majroo Sultanpuri (testi)



QUALCOS'ALTRO:

- Il ruolo affidato a Raj Kumar doveva essere di Dharmendra

- Meena Kumari morì poco dopo l'uscita del film distrutta dall'alcolismo. Clicca quì e leggi la biografia della Tragedy Queen del cinema indiano.

- Date le condizioni fisiche della protagonista, la suggestiva sequenza dell'ultima esibizione di Sahibjaan è stata portata avanti da Padma Khanna, l'attrice il cui viso venne coperto da un velo, danzò al posto di Meena Kumari.

- La visualizzazione del brano "Chalo Dildar Chalo" venne realizzata in modo da evitare ogni inquadratura su Meena, l'attrice non era più in grado di apparire nel film.

02 giugno 2009

ANAND


Hrishikesh Mukherjee era davvero in vena di rischiare.
Volendo parlare della malattia e della morte e rendendosi conto di aver scelto un tema anticommerciale e straziante, piuttosto che cadere nel ripetitivo (o affidarsi all’effetto lacrime-a-pioggia per non deludere gli spettatori) capovolge tutto e pensa ad un personaggio dinamico, energico e solare.
L’esperimento funziona, la storia regge, malgrado il paradosso, e non è mai offensiva. C’è più poesia che tristezza e lo spettatore assiste con il cuore in gola e il sorriso sulle labbra ad una delicata tragi-commedia.

TRAMA
Bhaskar Banerjee è un dottore alle prime esperienze lavorative al quale viene affidato un paziente suo coetaneo, senza alcuna speranza di salvezza. Al contrario di quanto immaginava, Anand, il malato, non si ripiega su se stesso ma è un vero vulcano; quasi come se non fosse al corrente della sua malattia, crea costantemente nuovi legami, fino ad unirsi ad una compagnia teatrale.

Il film evita di costruire un crescendo di angoscia, allo stesso tempo si guarda bene dal creare false speranze, mantenendo una distanza di rispetto costante nei confronti dei temi affrontati.
Se il regista sceglie di iniziare il film con la presentazione di un libro in memoria di Anand, lo fa per eliminare ogni suspence, il pubblico non deve chiedersi se il protagonista sopravviverà o no, non deve illudersi. Una volta chiarito questo, Hrishikesh e il poeta Gulzar, suo collaboratore nella stesura dei dialoghi, possono sbizzarrirsi come vogliono nel creare una storia brillante.
Probabilmente Anand è il ruolo migliore che sia mai capitato in mano a Rajesh Khanna, al centro della scena nonostante la presenza di un attore molto più dotato di lui al suo fianco. Rajesh fa bene a sfruttare fino in fondo quest’occasione, perché in futuro, per lui come per molti altri, diventerà sempre più difficile controllare l’imponenza artistica e fisica di un uomo come Amitabh Bachchan.
Anand abbatte ogni barriera della riservatezza e gli insegna ad esprimersi senza freni né timore del giudizio altrui, è invasivo, tenero, rompiscatole, usa mezzi poco ortodossi ma estremamente efficaci. Non è tanto lui che si ostina a non vedere la sua prossima fine, quanto Bhaskar ad essere ancora inconsapevole del fatto di essere vivo. Aiutato da un’ottima storia e da bei dialoghi Rajesh Khanna trionfa e si fa amare, le scelte inspiegabili del suo personaggio divengono un inno alla ricerca della qualità della vita in contrapposizione all’esistenza incolore e cronicamente passiva del medico.
Veri tranelli per il pubblico le scene in cui il regista ci fa credere che un improvviso sfogo drammatico stia per avvenire, per poi ingannarci, presentandoci delle situazioni che sono l’esatto contrario. Il regista gioca con gli opposti, il capovolgimento è costante, non fa che smentire ad ogni passo ciò che potremmo aspettarci da una storia simile e prende a mazzate l’ansia dello spettatore di veder confermate le sue previsioni.
L’epilogo è piuttosto forte e mette da parte di colpo la sensibile leggerezza che ha accompagnato la storia. Un po’ come se il film si fosse già interrotto poco prima, Hrishikesh Mukherjee ha già detto ciò che voleva comunicare, e, proprio perché non vuole che i suoi sforzi vadano sprecati per mancanza di credibilità deve trasferire, almeno nel finale, il personaggio all’interno di una dimensione drammatica ed è costretto a dirgli addio. Cercherà di farlo rivivere qualche anno dopo, in chiave femminile, girando il film Mili, ma non sarà la stessa cosa.

Il mio giudizio sul film **** 4/5
Khanna al suo meglio, Bachchan agli esordi e ancora lontano dall'essere una superstar. Un vero classico, due performance indimenticabili.

ANNO: 1971
REGIA : Hrishikesh Mukherjee
TRADUZIONE DEL TITOLO: Anand è un nome proprio, ma anche sinonimo di felicità

CAST:
- Rajesh Khanna.............. Anand
- Amitabh Bachchan..........Bhaskar Banerjee
- Sumita Sanyal.................Reenu
- Ramesh Deo...................Dott. Kulkarni
- Seema Deo....................Suman
- Asit Sen.........................Muralilal
- Lalita Pawar...................D'Sa

COLONNA SONORA: Salil Choudhury
PLAYBACK SINGERS: Lata Mangeshkar, Mukesh, Manna Dey

RICONOSCIMENTI E PREMI:
Sei Filmfare Awards vinti nelle categorie : Best actor (Rajesh Khanna), Best Supporting Actor (Amitabh Bachchan) , Best Film, Best Story, Best Editor (Hrishikesh Mukherjee) e Best Dialogue (Gulzar)

15 maggio 2009

ANAMIKA




Melodie orecchiabili, una storia stuzzicante, una protagonista da urlo (Jaya Bhaduri) in un insolito ruolo seducente. Mescolando questi ingredienti di base il risultato è un film gradevole e leggero, sicuramente non una pietra miliare della cinematografia Hindi, ma un prodotto discreto, vivace e godibilissimo.


TRAMA
Devendra è uno scrittore acido e irriverente che non ama tanto la compagnia femminile; di ritorno dalla presentazione del suo ultimo libro, soccorre una sconosciuta che al suo risveglio inizierà a fingere, con estrema convinzione, di essere sua moglie. Anamika si sistema in maniera definitiva nel suo appartamento e Devendra, in preda al panico, cerca un modo per di sbarazzarsi di lei. Ma i giorni passano e la ragazza fa di tutto per conquistarsi la sua simpatia…


La prima parte è molto divertente, lo scambio di battute tra Jaya, brillantissima imbrogliona, e Sanjeev Kumar, impacciato e sprovveduto, ci fa dimenticare che per oltre un’ora e mezzo non succede niente o quasi. Il film è statico ma la sceneggiatura è originale, e fino a quì funziona. La seconda parte, che dovrebbe essere il vero fulcro del film, finisce invece per allentare la presa e purtroppo non riesce ad evitare di scivolare nel ripetitivo.
La colonna sonora, composta da Rahul Dev Bhurman contiene due brani particolarmente riusciti “Bahoon mein chale aao”(Lata Mangeshkar) “Bheegi Bheeghi Si” (Kishore Kumar). Il fatto che la canzone a cui presta la voce Kishore Kumar sia diventata una hit negli anni Settanta ha aiutato non poco il successo globale del film; questo brano semplice ma facile da ricordare ha permesso ad Anamika di poter resistere al confronto con pellicole di maggior spessore, restando, ancora oggi, nella memoria del pubblico.

Il mio giudizio sul film: *** 3/5

Senza troppe pretese ma accattivante e divertente. Il regista e Jaya Bhaduri dimostrano che è possibile tirare fuori un buon film anche dal nulla.


ANNO: 1973


TRADUZIONE DEL TITOLO: Ragazza senza nome
(nel 2008 è uscito un altro film con lo stesso titolo, non si tratta di un remake né ha niente a che vedere con questo del 1973)

REGIA: Raghunath Jalani

CAST:

- Jaya Bhaduri………… Anamika
- Sanjeev Kumar……Devendra Dutt
- Iftekhar………………Dott. Irshad
- Helen…………………Rubai


COLONNA SONORA: Rahul Dev Burman


PLAYABACK SINGERS: Lata Mangeshkar , Kishore Kumar, Asha Bhosle

27 aprile 2009

ZANJEER


Incasinato ed esuberante, in poche parole, un puro delirio.
Zanjeer riesce ad essere pericolosamente esagerato senza perdere di vista la trama, appassionando con una storia accattivante e sapientemente interpretata. Nel caos ci si ritrova coinvolti e i personaggi sembrano animarsi e prendere vita direttamente da una delle variopinte locandine dipinte a mano.
TRAMA
Vijay è un poliziotto che non riesce mai semplicemente a fare il suo dovere, ogni nemico è un suo personale ostacolo ed è capace di infrangere anche la legge pur di raggiungerlo e condannarlo. Alla radice di questo comportamento c’è un pesante trauma subito nell’infanzia che la sua mente ha rimosso nel corso degli anni. Ma il ricordo si ripresenta ogni notte sottoforma di sogno ricorrente, Vijay è perseguitato dall’immagine di un cavallo bianco (topic che tra l’altro è stato ripreso in maniera ironica nel film Jaane tu… ya Jaane na) e capisce che dietro questa sua fobia è nascosto qualcosa.
Decisivo sarà l'incontro con Mala, della quale si innamorerà, e con Sher Khan, il bandito che sceglie di cambiar vita per diventare il suo migliore amico.
Per vedere i film prodotti da Mumbai negli anni ’70 è forse necessario abituarsi l’occhio alla pesante caratterizzazione dei personaggi buoni-cattivi , heroes – villain, e cercare di non fermarsi alla semplicità di superficie per andare a fondo e concentrarsi sugli attori inquadrati e sulla capacità dei registi di creare dal niente una vera e propria epica.
Affezionarsi ai film di quel decennio significa aver sospeso ogni controllo per catapultarsi in una realtà fatta di contrasti, dove tutto sembra prevedibile, per riscoprirsi poi sempre diverso.

Big B è come al solito la perfezione. Dovrò smettere di ripetermi o diventerò noiosa…
Per citare una frase del film – è un lago d’acqua dolce nato dalla forza di un vulcano -

Jaya Badhuri, ha un ruolo vivace e dinamico dalle mille sfumature. Non solo una figura femminile a fianco dell’eroe come potevano esserlo Parveen Babi o Bindu ma una protagonista perfetta capace di rubare la scena anche allo stesso Amitabh. E’ forse l’unica che riesce a contrastare l’incontrollabile presenza di suo marito sullo schermo, ritagliandosi sempre ottime performance, delle quali, data la sua storica modestia, non si è – mai - vantata.
Sicuramente catturerà l’attenzione il cattivo-bravo ragazzo interpretato da Pran, dai costumi e pettinature improbabili, a metà strada tra un disegno dei fumetti e un personaggio di una commedia teatrale medievale.
Ma il vero antagonista ha un aspetto più sofisticato. Vijay inizia a cercare il colpevole dal basso catturando Sher Khan per poi accorgersi che il male proviene dall’ alto. Il vero villain si circonda di potere ed è il re dagli strati più in vista della società; come in molti masala movies degli anni ’70, è un cattivo-cattivo-cattivo e risulta oltremodo riconoscibile.
Considerato dalla critica tra i migliori film di Bachchan, regala una delle scene più famose della coppia Jaya – Amitabh, quella che è stata soprannominata la window scene” / scena della finestra. I due protagonisti osservano degli artisti di strada esibirsi in una canzone d’amore e non sanno se cercarsi con lo sguardo o evitarsi. Non è curioso che il momento più celebrato di un film d’azione risulti essere proprio questo??

Il mio giudizio sul film **** 4/5
Non so se lo scrive il cuore o la testa… devo ancora capirlo.

ANNO: 1973
REGIA: Prakash Mehra
TRADUZIONE DEL TITOLO: La catena

CAST:
- Amitabh Bachchan...........Vijay
- Jaya Bhaduri..................Mala
- Pran..............................Sher Khan
- Om Prakash..................De Silva
- Bindu............................Mona

COLONNA SONORA: Kaliyanji Anandji , uno degli autori dei brani musicali del primo DON