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04 agosto 2011

YAHUDI



Desterà più di una curiosità un film diretto da Bimal Roy che si apre con un inaspettato “C’era una volta .. a Roma…".  L’impero al suo declino e gli attriti tra romani ed ebrei sono la cornice da cui far partire poi una favola d’amore alquanto stravagante, preparatevi alla trasformazione di Dilip Kumar in fascinoso centurione, non stupitevi di ritrovare sullo schermo toghe, bighe e gladiatori. No, non avete bevuto una tequila di troppo, è tutto vero. Yahudi rientra perfettamente nella categoria dei Peplum Movies (o Sword & Sandals Movies) nostrani, difficile da credere che uno dei padri del neorealismo indiano ne firmi la regia.


TRAMA
L’imperatore Marcus (Dilip Kumar) viene soccorso da una splendida sconosciuta (Meena Kumari) quando giace ferito ai bordi della strada. Con il tempo le ferite si rimarginano ma il ricordo bellezza della donna ebrea lo tormenta e vorrebbe rincontrarla. Dimenticando l’arrogante fidanzata Ottavia (Nigar Sultana) Marcus si mette alla ricerca della misteriosa salvatrice.


Bimal Roy, celebre per i suoi film realistici, emotivi ed essenziali, indulge in una mascherata del tutto estranea al suo stile. L’eleganza delle inquadrature e la qualità del bianco e nero rivelano quale nome si cela dietro questa lunga avventura romanzata ma tutto il resto, dalla scarsa originalità della trama alla freddezza delle interpretazioni, lo fa apparire  divergente dai precedenti, e successivi, lavori del regista.
I costumi e i sets ricordano molti film storico/mitologici ormai celati negli archivi di Cinecittà, ritroviamo tutti gli elementi caratteristici del genere: statue, colonne, lance, calzari, mantelli, scenari romani dipinti sullo sfondo, mezzi busti in cartongesso, mercati popolari, palazzi, sotterranei e prigioni, passaggi segreti, ancelle velate danzanti, maghi incantatori e odalische. Gli abiti romani e gli accessori sono stati riprodotti con una certa cura e, se non fosse per le coreografie, dal un tocco molto più indiano, davvero non si penserebbe di avere davanti un film prodotto a Mumbai. Dal punto di vista estetico tutto risulta curato e sofisticato, la colonna sonora di Shankar e Jaikishan è gradevole, le visualizzazioni di alcuni brani, come “Yeh mera deewanapan hai” e “Aate jaate”, suggestive.
Seppur migliore dell’evanescente e vuoto Aan di Mehboob Khan, Yahudi è ancora lontano dalla raffinata leggerezza di Kohinoor, film in costume dai ritmi perfetti nel quale ritroviamo la stessa coppia di protagonisti. Il re e la regina della tragedia in bianco e nero, Dilip Kumar e Meena Kumari, questa volta rinunciano al dramma per dare libero sfogo ad una certa spensieratezza, almeno prima del chiassoso e confusionario climax all'insegna dell'overacting. Sfortunatamente Dilip perde molto del suo fascino a seguito di un’acconciatura poco felice, i suoi capelli, aggrediti senza alcuna pietà dal parrucchiere, diventano quasi biondicci, grazie al cielo il film è bianco e nero e non è possibile scorgere fino in fondo l’entità del danno.


Il mio giudizio sul film ** 2/5


ANNO: 1958

REGIA : Bimal Roy

TRADUZIONE DEL TITOLO: L’ebrea

CAST:
Dilip Kumar ……………….. Marcus
Meena Kumari …………….. Anna
Sohrab Mohdi ………………. Ezra
Nigar Sultana ……………… Ottavia
Nasir Hussain …………………… Brutus
Helen, Minoo Mumtaaz & Cokoo ……………… danzatrici


COLONNA SONORA : Shankar & Jaikishan

PLAYBACK SINGERS : Geeta Dutt, Mukesh, Lata Mangeshkar, Mohammad Rafi

30 dicembre 2009

PARINEETA (1953)


Quasi scarno se confrontato al trionfo visivo della versione del 2005, il Parineeta di Bimal Roy è un diamante non intagliato, qualcosa di semplice e poco vistoso che non cerca di attrarre quanto di tenere a distanza, arrivando addirittura schivare la partecipazione dello spettatore.
Privo di scene che tolgano il fiato, sprovvisto di canzoni indimenticabili, il film, come il forte legame tra i due personaggi, sembra continuare a non manifestarsi veramente e cresce nei suoi piccoli gesti, nei suoi sguardi mancati.

TRAMA
Vedi la recensione di Parineeta - (2005)

Richiamando l'infanzia, l'unione segreta tra i protagonisti viene collegata ai giochi delle bambine pronte ad inscenare il matrimonio delle proprie bambole, il sentimento maturato negli anni si trasforma ma resta incorruttibile e innocente. Nell'inconsapevolezza del gesto di Lalita prende forma la volontà del destino, e in lontananza, un orologio vittoriano scandisce con i suoi rintocchi l'irrevocabilità della scelta.

Nessuna canzone viene cantata da Lalita o Shekar, I testi della colonna sonora accompagnano la storia attraverso la voce di personaggi esterni ma momentaneamente onniscenti : voci dalla strada, la musica che arriva dalla finestra del vicino, i canti delle bimbe, la rappresentazione teatrale... le figure di sfondo divengono dententrici della verità sfuggente.
Lontano dalle divoranti gelosie e dalla fisica sensualità della versione contemporanea di Pradeep Sarkar, il film di Bimal Roy propone un legame fortissimo, spirituale ma ripetutamente inespresso e rimandato, che stenta ad esplodere anche dopo la sua rivelazione.
La capacità di Meena Kumari nel creare link interiori con i compagni di scena aiuta il racconto a collocarsi in una una dimensione reale, la soul chemistry è immediata , per le quasi tre ore di durata del film Ashok Kumar è Shekar così come lei è Lalita. La spontaneità delle interpretazioni è disarmante. L'attenzione che si focalizza esclusivamente su queste due figure costringe il personaggio di Girin a farsi da parte e a non imporsi nella storia in nessun modo.

Parineeta si evolve scena dopo scena nel suo delizioso basso profilo, sceglie di introdurre dialoghi slegati da ogni crescendo cinematografico, rinunciando a frasi indelebili e scambi di battute per fare spazio al ripetersi di formalità e saluti.
Bimal Roy sorveglia e lascia la parola ai suoi interpreti e il film sembra sostenersi da solo, tanto da apparire un unico flusso di narrazione, neanche fosse stato girato in una sola ripresa.

Il mio giudizio sul film : **** 4/5


ANNO: 1953


REGIA: Bimal Roy


TRADUZIONE DEL TITOLO : Donna Sposata


CAST:

Meena Kumari............... Lalita
Ashok Kumar................ Shekar
Asit Baran..................... Girin Babu
Sheetal.......................... Sheela
Nasir Husain................. Gurcharan Babu
Badri Prasad................ Nabin Rai



COLONNA SONORA: Arun Kumar Mukherjee, testi di Bharat Viyas

PLAYBACK SINGERS: Asha Bhosle, Geeta Dutt, Kishore Kumar, Manna Dey



QUALCOS'ALTRO:

- Il film è stato prodotto da Ashok Kumar che interpreta il ruolo di Shekar ed è la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Sarat Chandra Chattopadhyay, autore anche del celebre “Devdas”.
- Meena Kumari vinse nel 1954 il Filmfare Award come Miglior Attrice Protagonista per la sua interpretazione nel film e Bimal Roy si aggiudicò la statuetta per la Miglior Regia.

- Visitate il Bimal Roy Memorial Website per conoscere qualcosa in più sul "Silent master of Indian Cinema". Tra i suoi film imperdibili: Madhumati (Dilip Kumar - Vijayntimala), Sujata (Nutan - Sunil Dutt) , Bandini (Nutan - Ashok Kumar- Dharmendra) , Do Bigha Zamin (Balraj Sahni - Nirupa Roy), Devdas (Dilip Kumar, Suchitra Sen, Vijayantimala) ...

01 ottobre 2009

SAHIB BIBI AUR GHULAM


Anche se Kaagaz ke Phool è ufficialmente l'ultimo film firmato da Guru Dutt, sono in pochi a credere che la regia di questo capolavoro sia stata portata avanti solo dal suo collaboratore Abrar Alvi. Tratto dall'omonimo romanzo di Bimal Mitra, Sahib Bibi aur Ghulam racconta la decadenza di una famiglia aristocratica ai tempi della dominazione britannica vista attraverso gli occhi di un ragazzo che vi giunge per la prima volta.


TRAMA

Boothnath si trasferisce a Calcutta dopo aver completato gli studi e inizia a lavorare per una ditta subordinata ad una famiglia di propietari terrieri ; le sue finestre si affacciano sulla loro dimora ed ogni sera il ragazzo ascolta con trasporto il canto di una donna abbandonata dal marito. Nei suoi primi passi verso l'età adulta assaggia la realtà esterna al suo villaggio, smette di muoversi per forza d'inerzia e mano a mano che scopre se stesso viene colto da nuovi desideri.
Discreto osservatore , quasi invisibile ma sempre presente, diviso tra l'adorazione verso una donna che non potrà mai avere (ma della quale è in grado di comprendere ogni singolo pensiero), e la curiosità scatenata da una sua giocosa coetanea, Jabba.


Il film si apre e si chiude con le immagini della demolizione totale della lussuosa casa padronale. Tra vizi, maltrattamenti e crimini insabbiati, risalta l'unutilità dell'autosacrificio nell'intento di preservare legami che si logorano.
I membri familiari più anziani cospirano per tenere nascosto quello che reputano il loro anello debole, ossia la fragile Chote Bahu, una donna che non vuole assolutamente accontentarsi del posto che le viene assegnato; soffocata tra le mura di casa, annoiata dai lussi di cui può ricoprirsi, frustrata dai continui tradimenti del marito, perde la sicurezza nel suo fascino e si abbandona all'alcol.
Che il regista avesse già predetto il futuro di Meena Kumari? Che l'attrice si sia identificata così tanto nel suo personaggio al punto di seguirlo fino al tragico epilogo?
Le ultime scene del film, che sovrappongono l'immagine della bellissima Meena a quelle dei resti di Chote Bahu nascosti tra le rovine, risultano ancora più inquietanti alla luce di quelle che sono state poi le sue vicende personali.

Magistrale il modo in cui il regista (che sia Alvi o lo stesso Dutt) ha scelto di girare il primo incontro tra il timidissimo Boothnath e la maestosa Chote Bahu : la telecamera è guidata dal timore del ragazzo, che ha paura anche solo ad alzare gli occhi di fronte alla donna. Le inquadrature si posano quindi sui dettagli, il pavimento, il tappetto, I suoi piedi, il bindi e la linea del sindoor, e solo dopo un po', Guru Dutt (e quindi la telecamera) trova il coraggio per alzare lo sguardo e mostrarci la sua figura completa.

Sahib Bibi aur Ghulam presenta una catena di passioni ossessive, non ricambiate, scandite dalle sensuali esibizioni della cortigiana, il brano con cui viene introdotta sullo schermo è "Meri jaan achcha nahin itna sitam" / (mio amato non è giusto tormentarmi così), la donna alimenta la follia e le illusioni di una società in decadenza e incarna un malessere, una tentazione dalla quale Chote Sarkar non riesce più a staccarsi.

Jabba, interpretata da Waheeda Rehman, resta quasi un personaggio di sfondo, eppure a lei è affidata una delle sequenze più belle di tutto il film : la canzone “Meri baat rahi mere man mein” / (Tutte le parole non dette restano chiuse dentro di me) , abbinata ad un collage di ricordi che si intervallano al buio mentre il suo volto perfetto viene accarezzato da una debolissima luce.
Waheeda posa di fronte alle telecamere come se stesse attendendo di essere dipinta in un ritratto. Guru Dutt doveva amarla davvero tanto per averle riservato un momento così speciale.


Il mio giudizio sul film ***** 5/5


ANNO: 1962

TRADUZIONE DEL TITOLO: Il signore, la signora e il servitore

REGIA : Abrar Alvi (?)
Picturization delle canzoni (solo?) a cura di Guru Dutt

CAST:

Meena Kumari................... Chote Bahu
Guru Dutt.......................Boothnath
Waheeda Rehman.............. Jabba
Rehman..........................Chote Sarkar
Nasir Hussain....................Suvinoy Babu
Dhumal...........................Bansi
D.K. Sapru......................Majhle Sarkar
Pratima Devi......................Badi Bahu


COLONNA SONORA: Hemnant Kumar (musica) Shakeel Badayuni (testi)

PLAYBACK SINGERS: Geeta Dutt, Asha Bhosle.

Due curiosità : Tutte le canzoni sono interpretate solo da voci femminili.
Geeta Roy, moglie di Guru Dutt, si rifiutò di incidere i brani in cui sullo schermo sarebbe comparsa l'amante del marito, Waheeda Rehman, decise così per la prima volta di prestare la sua voce solo a Meena Kumari.



QUALCOS'ALTRO:

- La famiglia Choudhurys viene identificata anche con il titolo di “Zamindar”, una classe di proprietari terrieri nata sotto la dominazione Mughal, “Haveli” è invece il termine Hindi con cui viene indicata una villa padronale

- Durante le riprese del film Guru Dutt tentò il suicidio per la terza volta, l'evento spiacevole bloccò tutto per alcuni giorni. Se l'attore non si fosse rimesso in piedi in fretta per tornare sul set probabilmente sarebbe stato sostituito da Shashi Kapoor.

- Chote Bahu e Chote Sarkar non vengono mai chiamati per nome ma solo con il loro appellativo familiare .

- Nelle fasi di revisione e montaggio una scena andò perduta, il momento in cui Meena Kumari appoggia la testa sulle gambe di Guru Dutt. La sequenza venne giudicata poco coerente con il rapporto tra i due personaggi nel film, che si comprendono, si confidano, ma restano divisi da una distanza di rispetto.

- Sia Deepa Mehta che Rituparno Ghosh avevano espresso il desiderio di girare un remake di Sahib Bibi aur Ghulam ma il progetto non è mai venuto alla luce. La cosa strana è che da un anno a questa parte circolano foto di Priyanka Chopra nella celebre posa di Chote Bahu. Si tratta solo di un servizio fotografico? C'è veramente qualcosa di più grosso in ballo?
Priyanka Chopra nei panni di Meena Kumari? Ma come osa?? Affidandomi all'intelligenza di due registi di grande talento mi auguro veramente che dietro i gossip non si nasconda una mezza verità.

- Sahib Bibi aur Ghulam vinse ben 4 Filmfare Awards (Best Movie, Best Director, Best Actress, Best Cinematograher) venne candidato all'Oscar come Miglior film straniero e partecipò al Festival di Berlino (1963) nominato come Miglior Film dell'anno.

16 giugno 2009

PAKEEZAH




Innanzitutto questo non si può considerare soltanto un film. Le sue riprese continuarono per oltre quattordici anni e le vicende personali del regista e della sua protagonista si intrecciarono con l’evolversi della trama; Pakeezah venne spesso sospeso e dimenticato per essere tirato fuori più tardi e sottoposto a cambiamenti.
Kamal Amrohi aveva sposato la bellissima Meena Kumari nel 1952, lei, il vero romanzo della sua vita, gli fece dimenticare moglie e figli e lo trascinò in una nuova fase della sua produzione cinematografica. Iniziò a materializzarsi il progetto di un film in grado di essere contemporaneamente intimo ma grandioso, classico ma innovativo, spettacolare e fuori dagli schemi, capace di creare per la sua Meena il personaggio migliore che le sia stato mai proposto, nel quale avrebbe potuto riversare le sue inquietudini innate, la sua eleganza e i suoi stessi timori. Ma la dipendenza dell’attrice dall’alcolismo iniziò a mettere in dubbio la riuscita di Pakeezah e a seguito della crisi coniugale la pellicola venne addirittura dimenticata. Nell’ultima fase della sua carriera, e già pesantemente provata dalla malattia, Meena decise di terminare le sequenze mancanti per far uscire il film nelle sale. Data la distanza temporale con le scene precedentemente girate è impossibile non notare in lei una forte trasformazione, in alcune parti Meena ha un volto fresco e vellutato, danza meravigliosamente e il suo aspetto è dinamico; nelle scene che furono aggiunte dopo è nascosta da un trucco pesante e suoi movimenti sono più lenti, la scenografia, le musiche sembrano partecipare al suo dolore. Eppure, proprio in queste scene Pakeezah raggiunge la sua eccellenza e l’espressività della protagonista è accentuata fino ad essere disperata, dolorosa e a tratti molto inquietante.


TRAMA
Salim (Raaj Kumar) viaggia in un treno di notte e si innamora di una donna bellissima addormentata al suo fianco, non sa chi sia e non vuole svegliarla ma lascia un biglietto ai suoi piedi. Sahibjaan (Meena Kumari), pur essendo una cortigiana, continua a sperare di incontrarlo e rilegge le sue parole in maniera ossessiva.Ancora prima di conoscersi veramente, i due si scoprono legati da qualcosa che va aldilà dell’amore e che le forze della natura cercano di incoraggiare. Anche gli oggetti inanimati prendono vita per proteggere la ragazza e ricondurla al suo destino.


Niente è caso. La musica durante tutte le esibizioni della cortigiana si interrompe di colpo, accentuando lo smarrimento di chi guarda qualcosa che mai viene portato a compimento. Costantemente si rimanda, richiamando la difficile genesi del film, nemmeno i brani musicali sembrano riuscire a trovare una propria fine, restando in bilico nell’attesa. L’acqua accompagna molte delle scene più suggestive e famose, impossibile non pensare al Devdas di Bhansali guardando Meena Kumari immergere le sue chiome corvine nella bellissima fontana. Ma l’acqua diviene anche una presenza misteriosa e oscura, che trascina nel fondo una brocca vuota e minaccia coloro che si avvicinano a Sahibjaan con cattive intenzioni. Troviamo set costruiti in studio e volutamente artificiali, uno strano feticismo dei piedi (elemento onnipresente), scenografici panorami dai colori accecanti. Una musica di sottofondo accompagna gran parte del film, concedendo spazio solo a suoni simbolici come il fischiare del treno, il chiacchiericcio insensato della gente, il tintinnare dei campanelli, uno stormo di uccelli che attraversa il cielo, l’impetuosa forza di una cascata.

Il lieto fine c’è ma è solo un’illusione.  La trama mi sembra nient'altro che un pretesto per camuffare un'intenzione diversa del regista. Il film è fatalista, macabro, sofferente, c’è fin troppa bellezza nata per mascherare un dolore di fondo che non si esaurisce mai, ed è proprio questa sensazione di disagio e di soggezione a restare addosso agli spettatori anche dopo aver fatto scorrere fino in fondo i titoli di coda. Pakeezah è un fastoso racconto di addio, un dolente inganno.


Il mio giudizio sul film : ***** 5/5


ANNO: 1972

TRADUZIONE DEL TITOLO : colei che ha un cuore puro

REGIA: Kamal Amrohi


CAST:

- MEENA KUMARI ..... Sahibjaan / Nargis

- RAJ KUMAR........ Salim Ahmed

- ASHOK KUMAR...... Shahbuddin

- VEENA............ Nawabjaan

- KAMAL KAPOOR..... Nawab Zafar



COLONNA SONORA:
Ghulam Mohammed  e Naushad (musica). Kamal Amrohi, Kaif Bhopali, Majroo Sultanpuri (testi)



QUALCOS'ALTRO:

- Il ruolo affidato a Raj Kumar doveva essere di Dharmendra

- Meena Kumari morì poco dopo l'uscita del film distrutta dall'alcolismo. Clicca quì e leggi la biografia della Tragedy Queen del cinema indiano.

- Date le condizioni fisiche della protagonista, la suggestiva sequenza dell'ultima esibizione di Sahibjaan è stata portata avanti da Padma Khanna, l'attrice il cui viso venne coperto da un velo, danzò al posto di Meena Kumari.

- La visualizzazione del brano "Chalo Dildar Chalo" venne realizzata in modo da evitare ogni inquadratura su Meena, l'attrice non era più in grado di apparire nel film.