Visualizzazione post con etichetta ANNO 1940-49. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ANNO 1940-49. Mostra tutti i post

08 novembre 2011

MAHAL



Una storia di ossessioni dalle atmosfere macabre, uno strano triangolo sentimentale nel quale tutti i personaggi compiono azioni orribili nei confronti della persona che dicono di amare, una soffocante catena di autodistruzioni dove l’unico vero colpevole resta impunito. Mahal, melodramma agitato e oscuro, è un film che appare molto più giovane della sua reale età anagrafica ( è stato girato nel 1949) l’ultimo prodotto della fabbrica dei sogni Bombay Talkies, già avviata verso un totale declino, e il primo successo del regista Kamal Amrohi (Pakeezah) conosciuto per la sua attrazione morbosa verso le suggestioni e il mistero.

TRAMA
Shankar (Ashok Kumar) acquista ad un’asta pubblica uno splendido palazzo abbandonato e scopre guardando un dipinto che il vecchio proprietario gli somigliava in modo impressionante. L’uomo, incuriosito dalla serie di coincidenze che lo legano alla residenza decide di non abbandonare il luogo e spera di poter avere contatti con il fantasma che lo abita, una ragazza meravigliosa (Madhubala) in cerca del suo amato.


Atmosfere da romanzo gotico, candelabri che oscillano, arredamenti coloniali, giardini moghul, twist imprevisti e una trama soddisfacente, Mahal è un triller che non incute timore ma crea tensione, attesa e sensazioni opposte di meraviglia e disagio, ricrea un mondo decadente e confuso i cui tratti sono cupi, spettrali, i profili maschili deboli e disorientati, i personaggi femminili forti ma contradditori e letali.
La mano di Kamal Amrohi si avverte dai dettagli, immagini che devono creare sospetto e suggerire che gli eventi non andranno nella direzione in cui la storia fino a quel punto sembra portarli. Una mobilissima cinepresa spazia tra gli ambienti, mostra Madhubala fluttuare, riprende foglie che danzano sul pavimento, si nasconde tra le fessure delle finestre, spia le reazioni dei personaggi e svanisce a comando. Le immagini sono macabre seppur deliziosamente eleganti tanto da sembrare scatti d’autore, se si bloccano per guardarle una ad una ci si rende conto della sofisticata ricercatezza della fotografia, della cura dei set e degli sfondi.
In Mahal vengono introdotti quelli che saranno motivi ricorrenti nella filmografia, breve ma intensa, di Amrohi: il destino come forza motrice degli eventi, le strane casualità, gli elementi della natura che prendono vita e veicolano premonizioni, gli amanti frustrati dagli insuccessi dei propri tentativi che fuggono in luoghi isolati, l’aristocrazia decadente e il paesaggio ostile, lunghi primi piani agli sguardi intensi degli interpreti, le esibizioni ammiccanti delle cortigiane. Kamal Amrohi, sempre enigmatico, tradisce il pubblico e continua a celare, sussurra all’orecchio per poi depistare, si ha sempre la sensazione che ci stia mostrando solo in parte e che aldilà di ciò che viene inquadrato ci sia molto di più da conoscere, ma ciò non ci è dato di fare.
Sovrannaturale o bluff? Reincarnazioni e spettri inquieti o fitti ricami tessuti dagli umani? Il film propone vari meccanismi in grado di plagiare e controllare la mente, dalla bellezza magnetica all’attrazione per il mistero, dalle tecniche per spingere qualcuno a compiere i gesti più assurdi o disperati. Si assiste ad una costruzione e sparizione dell’alter-ego del protagonista, uccisione anche fisica attraverso colpi di pistola sul dipinto che ricorda a Shekhar quello che lui vorrebbe essere ma non è e ciò che vorrebbe inseguire quando invece è imprigionato. La reclusione diviene un tema onnipresente, dalle mura del palazzo alla cella, dalla remota capanna montana alla gabbietta degli uccellini (immagine che diverrà il simbolo del suo capolavoro Pakeezah). La mancanza di libertà conduce a scelte ed azioni sbagliate, davanti a limiti Shekhar non sa se arrendersi e rinunciare alla sua (o sue) identità oppure perseverare nella ribellione ma cadere vittima dei desideri ossessivi.
Anche se il film mostra alcuni vuoti nella seconda parte e una sovrabbondanza di canzoni, la maestria del regista (e di un già promettente Bimal Roy , qui curatore del montaggio) traspare in ogni scena. La classe del protagonista Ashok Kumar e la bellezza di Madhubala sono abbaglianti e perfettamente catturate dalla pellicola in bianco e nero. Il brano “Aayega Aanewala” , richiamo attraverso la quale il fantasma comunica con il suo amato , ispirerà altri film dal tema fantasmi e vite precedenti come Madhumati e Neel Kamal ed ha lanciato come playback singer una giovanissima Lata Mangeshkar.


Il mio giudizio sul film : ***1/2  3,5 /5


ANNO : 1949

TRADUZIONE DEL TITOLO : Palazzo

REGIA : Kamal Amrohi


CAST :
Ashok Kumar ………………….. Shekhar
Madhubala ……………………. Kamini
Vijaylaxmi…………………………… Ranjani
Kanu Roy ………………………. Srinath


COLONNA SONORA : Kemchand Prakash
PLAYBACK SINGERS : Lata Mangeshkar, Rajkumari

17 febbraio 2010

BARSAAT (1949)



Girato tra i paesaggi del Kashmir, cullato da canzoni dolcissime e da una suggestiva background score (il debutto dei compositori Shankar – Jaikishan) Barsaat è un film sofisticato ma dai messaggi diretti, dalla comunicazione immediata. L'ideale coesistere di ricercatezza e semplicità lo rese universalmente attraente permettendogli di vincere il pubblico di ogni livello culturale ed estrazione sociale.
Il regista, produttore e protagonista del film è Raj Kapoor , giovanissimo e bello come un dio, a soli venticinque anni aveva già alle spalle un capolavoro introverso e di difficile lettura (Aag, 1948), ma fu l'impressionante successo di Barsaat che lo consacrò in coppia con l'attrice Nargis. I due, legati sentimentalmente anche nella vita reale, si abbandonano nell'abbraccio più famoso della storia, la cui figura stilizzata è divenuta il simbolo della casa di produzione RK.

TRAMA
Due giovani, Pran, un affascinante violinista (Raj Kapoor) e Gopal, un impenitente conquistatore (Prem Nath) che si diverte ad illudere l'ingenua contadina Neela (Nimmi) , vanno a vivere in Kashmir e affittano l'abitazione di una famiglia locale. La figlia del proprietario, Reshma, (Nargis) cade nel fiume mentre accoglie i nuovi ospiti e viene soccorsa da Pran, tra i due nasce un sentimento travolgente ma il padre si oppone alla storia spingendo la ragazza al suicidio. Pran, anche dopo la notizia della tragedia, e il suo ritorno in città, è deciso a non volerla dimenticare e si isola dal resto del mondo, cercando di comunicare con lei attraverso la musica che li ha uniti.

Una donna accattivante e bellissima, un uomo carismatico e affascinante; profondi sguardi, attenzione ai piccoli gesti, una sensualità divinizzata ma a suo modo aggressiva. L'attrazione fisica e mentale diviene materialmente tangibile ed è facile scoprirsi "innamorati dell'amore di qualcun altro", attratti da un desiderio incontrollabile, potente e reale.
Tra scherzi, leggere carezze al volto e reciproci abbandoni, si impose una nuova dimensione del romanticismo che sarà d'ispirazione per i registi contemporanei e non, scatenando un nuovo linguaggio dell'amore, così come Bobby più tardi rivoluzionerà le teenage love-stories fino a Dilwale Dulhania le Jayenge.

Il termine che ho inventato per rendere l'idea dell'intensità di questo rapporto è (...non ridete!!) "romanticismo tridimensionale" .Ovviamente non facendo riferimento all'attuale uso, e abuso, di tecnologie digitali quanto alla presenza quasi prepotente delle sensazioni proposte e all'indubbia realtà del sentimento che scorre, assume vita propria ed esce fuori dalla pellicola pari a un effetto 3D, mantenendosi inalterato, come uno splendido miracolo negli anni.

Una mia traduzione (spero non troppo approssimativa) della spiegazione che Pran / Raj Kapoor da nel film:
"Cos'è l'amore? L'amore annuncia da solo la sua presenza, come venir trafitti da una spina, è imprevedibile, un fiore fuori stagione che nasce all'improvviso e tutto sembra essere nuovo, inizi a vedere un fiume negli occhi di qualcuno e desideri di poterci annegare"

La magia della contemplazione tra Pran e Reshma viene interrotta dal brano seducente "Patli kamar hai" che riallaccia la storia agli altri due personaggi, le immagini della danza intrigante di Gopal con una ballerina di cabaret viene intervallato dal canto disperato di Neela, che attende ancora il ritorno del ragazzo. Il suo lamento è celebrato dalle più belle immagini in bianco e nero, il profilo dell'attrice, stanco, curvato e oscuro davanti a un cielo brillante, mentre fasci di luce trafiggono alberi spogli e inquadrature asimmetriche catturano la sua bellezza semplice, che il dolore non ha ancora cancellato.

Il film propone due storie contrastanti e lo scontro tra una visione sessuale / opportunistica dell'amore ( Gopal e Neela) con un altro fortissimo rapporto, nato dalla fusione di passione fisica e spirituale (Pran e Reshma), un legame perfetto come lo è la bellezza della natura che li circonda... e mentre Raj e Nargis si guardano negli occhi tutto il mondo si ferma in religioso silenzio.



Il mio giudizio sul film ***** 5/5

ANNO: 1949

REGIA: Raj Kapoor

TRADUZIONE DEL TITOLO: Pioggia / Il monsone


CAST:

- Raj Kapoor..............................Pran
- Nargis.....................................Reshma
- Prem Nath.............................. Gopal
- Nimmi.................................. Neela
- Cukoo............................... Ruby
- K.N. Singh........................ Bholu


COLONNA SONORA : Shanker – Jaikishan

PLAYBACK SINGERS: Lata Mangeshakar & Mukesh