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24 gennaio 2020

KETTIYOLAANU ENTE MALAKHA


[Il testo contiene spoiler]

Il primo tempo affronta temi inusuali. In India il matrimonio combinato è una pratica tradizionale, diffusa, accettata o quantomeno tollerata. D'istinto solidarizzo con le donne, dimenticando che anche gli uomini stringono legami molto intimi con persone che non conoscono e che non amano. Kettiyolaanu Ente Malakha mi rinfresca la memoria ed è un bene. Non finisce qui. Lo stupore nasce dalla particolare caratterizzazione di Sleeva, il protagonista, un uomo di 35 anni che non ha mai sfiorato una donna perchè non ha mai desiderato farlo. Il tema dell'asessualità (non mi riferisco all'autismo) viene investigato di rado nella letteratura o nel cinema, anche occidentali, e il personaggio che lo incarna è di solito marginale. Immaginatevi dunque la mia sorpresa. KEM non è esattamente un film commerciale, ma il tono è leggero, e Asif Ali, l'attore principale, è un volto celebre e amato. 

Nel secondo tempo, però, l'intenzione dello sceneggiatore non è chiara. Dopo la celebrazione delle sue nozze con Rincy, Sleeva, ubriaco fradicio, stupra la moglie, e la donna finisce al pronto soccorso. KEM mantiene lo stesso tono lieve come nulla fosse. L'atto brutale di Sleeva è condannato da tutti - famiglia, amici, vicinato -, e questo è significativo, ma, col procedere della trama, viene considerato alla stregua di una ragazzata. Persino il prete del villaggio, zio di Rincy, la prende benissimo. Il tema del consenso, anche all'interno del matrimonio, è meritoriamente sottolineato. Rincy vuole separarsi e nessuno osa contraddirla, però le viene chiesto di perdonare il marito. Il lieto fine chiude la storia. Io allibita. 

[Per lo sceneggiatore] Perchè includere uno stupro nella trama? Se preferisci non prendere una direzione drammatica, limitati ai goffi tentativi di approccio di Rincy e di Sleeva. Se invece intendi denunciare il fatto che un'educazione rigida e l'ignoranza in ambito relazionale possono provocare comportamenti pericolosi, allora cambia registro stilistico, e non sminuire la gravità di uno stupro domestico, non pasticciare con Sleeva, non trascurare e svuotare Rincy. Stupro e commedia si sposano male.

Da un punto di vista tecnico, KEM è realizzato con cura. Asif Ali regala una performance solidissima. E' spontaneo e convincente, e tratteggia in modo anche amabile un personaggio pieno di nodi e contraddizioni, semplice solo in apparenza. Gli sguardi, la gestualità: tutto dimostra il grande lavoro compiuto da Ali (forse nel film sbagliato) per caratterizzare Sleeva. 

TRAMA

Sleeva è un uomo generoso e sorridente. Vive con la madre in una grande casa. Lavora con passione la sua terra. Possiede altri immobili. Insomma è un buon partito, anche se l'uomo non vuole saperne di sposarsi. Un giorno la madre, sola in casa, ha un malore. Sleeva si spaventa moltissimo, e accetta il matrimonio combinato con Rincy per garantire una compagnia alla madre (!). A mano a mano che la data delle nozze si avvicina, Sleeva diventa taciturno, intrattabile. L'ansia sale a livelli incontrollabili. Sleeva non ha mai interagito con donne della sua età non appartenenti alla sua famiglia, ed è letteralmente terrorizzato dalla prospettiva della prima notte di nozze. A celebrazione avvenuta, l'uomo le inventa tutte pur di non restare da solo con Rincy. Evita la moglie, non la guarda, non le parla, durante la luna di miele scappa. Rincy gli chiede spiegazioni. Sleeva, afflitto, capisce che non può rimandare a vita la consumazione. Si affida quindi all'alcol per trovare coraggio. Pessima idea.

ASSOLUTAMENTE DA DIMENTICARE

* Il tono da commedia nel secondo tempo e la manipolazione emotiva che lo sceneggiatore orchestra per indurci a simpatizzare con Sleeva.

RECENSIONI

Film Companion:
'On the surface, Nissam Basheer’s Kettiyolaanu Ente Malakha is an Ayushmann Khurrana Movie made in Malayalam. Translation: it’s a cutesy, small-town dramedy centering on a “masculine problem”, but there’s more rootedness, more realism. (...) The film’s success is that it makes us buy this lived-in universe, where everyone is so rooted, so real that even things that would come off as body-shaming in other movies (a girl described as “fat”, a man described as “dark-skinned”) come off like traits being discussed casually, between members of a close-knit family. Even Sleeva’s big “problem” - at first - is treated with winking cuteness. (...) What I found curious - and most interesting - about KEM is how it appears less of a “problematic” movie than Arjun Reddy, despite the fact that Sleeva’s behaviour is far more “problematic” than Arjun Reddy’s. (...) This could be a fascinating case study of how “arrogance” on screen (like in Arjun Reddy) makes it less easy for us to fully embrace a character, while innocence and humility and basic human kindness (like in KEM) make us sympathise more readily with Sleeva. What he did is wrong, certainly, but the poor thing did not know any better. At least, Arjun Reddy is punished. (...) Here, after the shelling from the doctor, the most that happens is that people laugh at Sleeva, affectionately. Everyone rallies around him, including the priest who is Rincy’s uncle and who proposed the match. (Not once does this priest, this uncle, think of consoling Rincy. He’d rather be around Sleeva.) The film’s biggest problem is that it never gets into Rincy’s head. It is not bothered about her trauma. For all you know, the bruises on her lips and neck could have come about due to a fall. Veena Nandhakumar is a quiet, dignified presence - but she’s hampered by the lack of shading in Rincy, and is unable to suggest anything more than a... quiet, dignified presence. (...) Why, then, are we able to overlook all this and see the film solely through Sleeva’s eyes? One is, of course, the gaze. We are primed to follow the protagonist, even if he is evil (...). And two, that is how things are with this particular set of characters in this particular setting. (...) And hey, even this priest, this uncle, sees Sleeva as an innocent and not as a domestic abuser. I am with this priest. I see Sleeva as an innocent, too. An idiot, sure - but an innocent idiot. He needs to be taught (through counselling, which the doctor suggests, and by his married friends) about love, consent, sex. Asif Ali is magnificent. I was weeping for him at the end - and I realised how he and his film had skillfully played me. But how I wished Rincy’s journey had been a part of this, too! Unlike the girlfriend in Arjun Reddy, there is not a single scene where she displays her feelings towards her man. (...) KEM is so well-made (the editing is especially lovely), I am willing to believe that yes, Rincy (this particular girl in this particular story) shrugged it all off as a bad dream. But on the way home, I also kept thinking about how much easier it is to forgive “nice” people who do “bad” things. Had Sleeva been a cocky stud from the city, the conversation around this film might have been entirely different'.
Baradwaj Rangan, 04.12.19

Cinema Hindi: primo tempo *** 1/2, secondo tempo ** 1/2 (salvato da Asif Ali e dal cast tecnico). La media è ***, ma non mi sento di valutare KEM nel suo insieme con un voto così alto, quindi vada comunque per ** 1/2.
Punto di forza: Asif Ali (****), un primo tempo interessante e piuttosto sottile.
Punto debole: un secondo tempo sciaguratissimo che mi fa rivalutare Kabir Singh.

SCHEDA DEL FILM

Cast:

* Asif Ali - Sleeva
* Veena Nandakumar - Rincy
* Manohari Joy - madre di Sleeva
* Jafar Idukki - Kuttiyachan, il sensale
* Shine Tom Chacko - cameo

Regia: Nisam Basheer
Sceneggiatura: Aji Peter Thankam
Colonna sonora: William Francis
Lingua: malayalam
Traduzione del titolo: my wife my angel
Anno: 2019

25 novembre 2019

JALLIKATTU


Non è un film per vegetariani.
Mi chiedo come abbia fatto il regista Lijo Jose Pellissery a gestire quelle orde scalpitanti di comparse, armate di torce, durante le riprese notturne. Mi stupisco che il Kerala ne sia uscito indenne, senza vaste porzioni di territorio carbonizzato e fumante. Immagino il corpo forestale ad un pelo dall'irrompere sul set e arrestare tutti quanti.
Jallikattu dura un'ora e mezza, per gli standard indiani quasi un cortometraggio. Io però lo avrei sfrondato ancora un po': dialoghi ridotti all'osso, nessuna presentazione, e subito risucchiati dal vortice. Perchè il soggetto coincide con la sceneggiatura, e perchè è il ritmo tumultuoso a contraddistinguere la pellicola. La narrazione è in furioso crescendo sino al grottesco finale. A mano a mano che la trama si srotola, sempre più rapida, i personaggi aumentano di numero, e si producono in pettegolezzi feroci, recriminazioni, scazzottate.

La regia è mostruosamente originale. Pellissery ci inganna offrendo una rustica commedia che sconfina nel documentario, ma verso l'epilogo ci accorgiamo che Jallikattu è invece una potente metafora. La caccia al bufalo mostra l'irrimediabile follia dei bipedi. I personaggi sono appena accennati, perchè ciò che conta è l'orda, rappresentata come entità singola. Gli attori sono spontanei sino all'abbandono. 
Jallikattu è assordante, il metronomo una fragorosa marcatura a uomo: clangori, scrosci, crepitii, vociare, muggiti tonanti, urla tribali, bizzarro commento musicale. E' un film che punta molto sulla sorpresa, vincendo, ma alla seconda visione perde un po' della sua magia. Una sfrenata festa pagana, fra bivacchi e canti, che si trasforma in un selvaggio baccanale con zuffe e primordiali ululati alla luna, e poi in un'orgia ferina a metà fra Il Profumo di Suskind e Infernalia di Clive Barker.
Al Pleistocene è un attimo.

TRAMA

Vita grama, quella dei bufali. Soprattutto se è in agenda un banchetto luculliano. Ma il nostro bufalo non ci sta e decide di darsi alla fuga, travolgendo tutto ciò che incontra. L'intero villaggio si lancia al suo inseguimento.

ASSOLUTAMENTE DA NON PERDERE

* L'incazzatura senz'audio dell'erborista Paul. 
* Il bufalo che tenta una rapina in banca.
* L'educato argomentare fra Antony e il cacciatore Kuttachan.

RECENSIONI

The Hindu:
'It is the very purpose of Lijo here, to disorient, dislocate and then land a smashing punch, to an audience who is left wondering what just hit them. (...) This immersive, sensory experience is something which words cannot replicate'.
S.R. Praveen, 04.10.19

Film Companion:
'Jallikattu, is first and foremost, a textbook example of how to make an experimental movie that’s also a most entertaining movie. (...) The invention, the joyous energy in the filmmaking left me with such a high that I didn’t particularly care that it all has to mean something. The metaphor is the least interesting (and most obvious) aspect of Jallikattu. (...) This is not a film that can accommodate personal histories. If these people were individualised, it would take away from the horde mentality that’s behind the film’s design, which culminates in a series of stunningly Expressionistic images. (...) Jallikattu wants to transform local colour and local history into something universal and primal - and even if the bigger point becomes repetitive after a while, the film is always rewarding. The screenplay is essentially a series of vignettes, and some of them are screamingly funny. (...) But gradually, the humour disappears and what we’re left with is the collective feeding frenzy, like there’s all this testosterone out there and it has to be expended on something. The frenzy keeps escalating to the final scene involving a geometric formation, and we see that this isn’t just night but also the dark night of the soul'. 
Baradwaj Rangan, 07.10.19

Cinema Hindi: *** 1/2
Punto di forza: l'originalità, il ritmo sincopato, l'eccezionale montaggio, la fotografia notturna.
Punto debole: il primo tempo è un po' lungo; qualche ripetizione di troppo.

SCHEDA DEL FILM

Cast:

* Antony Varghese - Antony
* Chemban Vinod Jose - Varkey, il proprietario del bufalo e datore di lavoro di Antony
* Sabumon Abdusamad - il cacciatore Kuttachan
* Jafar Idukki - Kuriachan

Regia: Lijo Jose Pellissery
Sceneggiatura: S. Hareesh e R. Jayakumar, adattamento del racconto Maoist di S. Hareesh
Colonna sonora: Prashant Pillai
Fotografia: Girish Gangadharan
Montaggio: Deepu Joseph *****
Sound Design: Renganaath Ravee *****
Lingua: malayalam
Anno: 2019
Awards: National Film Award per la miglior fotografia (aggiornamento del 30 marzo 2021)

RASSEGNA STAMPA/VIDEO

* Intervista concessa da Lijo Jose Pellissery a Film Companion, pubblicata l'11 novembre 2019.
* Intervista concessa da Lijo Jose Pellissery a The Hindu, pubblicata il 21 novembre 2019: 'According to me, the film just has two characters. One is the buffalo and the second one is the crowd. There is nothing gender-based according to me. The situation demanded a male crowd following the buffalo. That’s all'.
* Aggiornamento del 23 marzo 2020: vi segnalo l'esilarante recensione di Luotto Preminger, I 400 calci. Di seguito un estratto, ma vi consiglio di leggerla integralmente: 'Jallikattu è un film senza tregua, che continua a correre e a crescere e a raccogliere tutto quel che trova, portandolo con sé nel suo percorso, sfondando ogni limite di verosimiglianza e di decenza. (...) L’elemento umano è una matassa di braccia e gambe, di barbe e panze e asciugamani legati in vita, che con le torce in mano corrono e urlano, urlano e corrono, fiere del loro essere sempre meno umane e sempre più animalesche. (...) Questa è la storia di un villaggio indiano che un bel giorno viene investito dal Caos sotto forma di un bufalo che si fa incarnazione dell’apocalisse e porta alla luce gli istinti più bassi e bruti dell’umanità. (...) Jallikattu stordisce col suo stile prima ancora che con il suo contenuto. Scandito da una colonna sonora ululante e tribale che si accompagna al montaggio percussivo, questo film riesce nel triplete di fungere da costante assalto ai sensi, infilare una serie di virtuosismi che ci permettono di destreggiarci nel caos senza perdere mai la bussola, e dimostrare anche uno splendido gusto per i set piece complessissimi e difficili da dimenticare. Tra piani sequenza serpeggianti con interi villaggi in corsa, scene pazzesche come quella notturna delle genti che ruzzolano giù da un pendio a dozzine, ognuno con la propria torcia in mano, e momenti di pura azione sempre più ansiogena e febbrile, ai limiti dell’horror (la scena del pozzo), Pellissery crea un mondo che è al contempo radicato nel fango eppure cento metri sopra le righe, dove la più rustica delle vicende diventa un incubo conradiano collettivo senza che tu, spettatore scettico con le braghe calate, abbia il tempo di rendertene conto. (...) Pian piano vedrete che la folla aumenterà, il caldo aumenterà, il bufalo aumenterà, e senza nemmeno accorgervene vi ritroverete presi in questa valanga che ormai corre molto più veloce di quanto sembrasse all’inizio, con foga e incazzatura ammirevoli, verso un finale che è l’apoteosi e il culmine dell’assenza di ogni limite, di ogni vergogna e di ogni umanità'.


* Aggiornamento del 18 settembre 2021: in occasione del 43esimo compleanno di Lijo Jose Pellissery, è stato lanciato in rete il video (14 minuti) di presentazione di Molten Mirror, serie-documentario in otto episodi girata da Vivian Radhakrishnan durante le riprese di Jallikattu. Radhakrishnan ha concesso un'intervista a The Hindu, pubblicata oggi. Di seguito un estratto: '“The series is neither about the film nor about the genius of Lijo Jose Pellissery. We are showing how an art [form] takes shape, by covering different aspects such as cinematography, art, sound, artistes, junior artistes, the terrain, location, the people. The effort put in by each department has been phenomenal”. (...) It was Lijo himself who brought him onboard Jallikattu. A fashion designer/photographer and filmmaker, Vivian says that the offer came at a crucial phase of his life. He had made two movies, both with new faces, but could not release them. “I was so disappointed that I had decided to leave the field. But then I had showed the second film’s trailer to Lijo (...) and that eventually changed my destiny”. (...) He had no plans to turn a filmmaker until a few years ago. “I worked with a company in Bengaluru for some time before launching a unisex clothing brand, Dirty Heads, in 2013. I picked up photography to promote the brand. In the meantime, I had watched Second Show [directed by Srinath Rajendran] and was inspired by its making. I decided to try my hand in films. A friend who watched my first movie (Onnaam Bhaagam, 2017) advised me to see movies by Anurag Kashyap and that eventually led me to works of Rajeev Ravi and Lijo”. (...) There was no plan to make a series when he joined the set of Jallikattu. “Lijo’s brief was to document the making in such a way that it would be useful for wannabe filmmakers and technicians. But once the work started, we knew that a documentary may not do justice to such a seminal work. We had around 40,000 video clips to start with!” says the 34-year-old from Shoranur. While the film had 42 days of shoot, Vivian worked on it for nearly 60 days. (...) Shot in and around Kattappana in Idukki, the film had local people stepping in as junior artistes. There were around 2,000 of them, mainly in the scenes towards the climax. “Coordinating the sequences with the crowd was not easy and we have captured those moments, raw and real.” (...) The introductory episode has some of these artistes talking about shooting in freezing cold, that too during the wee hours. Their endurance was put to test, especially towards the stunning climax where they form a human pyramid, soaked in mud from head to toe. Many were left with bruises, some fell ill. The fight sequences and making animatronic buffaloes have also been covered in the episodes. “Lijo chettan gave me the freedom to capture his mood swings as well!” Vivian adds. The series has been in the making for nearly three years. Instead of taking bytes of the director, cast and crew, Vivian, who is also the cinematographer of the series, has used snippets from their interviews given to various media. Kiran Nath Kailas is the editor and Arun Nath Kailas has written the narrative script. Vivian says that the series has changed his perspective towards life and cinema. Now he plans to make more documentaries and has already zeroed in on a few subjects taken from life. “I have never looked at human behaviour and people in general at such close quarters. I am thrilled that we have made heroes out of ordinary people”.'
* Aggiornamento del 01.10.21: recensione di 2duerighe, Serena Pacchiani, 30.09.21. Un estratto: 'Un allucinante capolavoro del cinema indiano. (...) Jallikattu, non senza una necessaria dose di humor, si spinge nei meandri del parossismo ferino. (...) Gli istinti primordiali degli abitanti del villaggio raggiungono punte di violenza fisica e verbale difficilmente descrivibili, ma che sono cinematograficamente riprodotti in una caotica e avviluppante dimensione visiva e sonora fatta di pause, riprese, silenzi e battiti assordanti. (...) Un film dalla sublime energia visuale e corporea, allo stesso tempo profondamente allegorico nelle intenzioni narrative ed estremamente dinamico nella conduzione filmica libera e spregiudicata'. 

CURIOSITA'

* Jallikattu è una sorta di festa, tipica del Tamil Nadu, nel corso della quale un toro viene lasciato libero in mezzo alla folla, e i partecipanti tentano di acchiapparlo.
* Il bufalo del film è incredibilmente finto, progettato da Gokul Das e animato dall'interno da un operatore.
* Aggiornamento del 31 dicembre 2020: Jallikattu è stato selezionato per rappresentare l'India agli Oscar come miglior film straniero. Aggiornamento del 26 febbraio 2021: Jallikattu è fuori dalla corsa agli Oscar.
* Aggiornamento del 22 settembre 2021: Molten Mirror: serie-documentario dedicata a Jallikattu.


09 novembre 2019

I S H Q


Impossibile recensire Ishq senza svelarne la trama. Se non lo avete ancora visto, vi anticipo soltanto che è scritto, diretto e interpretato con cura, e che è un prodotto piuttosto singolare nel panorama del cinema indiano. Ve lo consiglio. 
Ora filate via.

Per chi lo ha già visto.
Cosa prova un uomo che, con la sua compagna, subisce un'aggressione? Confesso di non essermelo mai chiesto. L'immedesimazione con la vittima femminile mi viene automatica. Così come l'archiviazione frettolosa del trauma maschile. Dopo questo film, ho di che vergognarmene. 
Ishq significa amore, ma la pellicola non narra affatto una storia d'amore. La tagline - Not a love story - è rivelatrice. Ishq è una tristissima storia di formazione negativa, di innocenza irrimediabilmente perduta. Per la prima volta in vita mia, ho provato pena più per l'uomo che per la sua compagna. 

Il film parte in tono lieto presentando due giovani fidanzati, Vasu e Sachi, ed io cado nella trappola con popcorn e tutto. E' un'introduzione fresca, ottimistica. Le mie aspettative sono rosee quanto quelle dei personaggi. Sachi (Shane Nigam) è un ragazzo sorridente, affettuoso, simpatico, di buon carattere.
I due vengono aggrediti da Alvin, un sadico che gode nell'incutere terrore, e che, alla violenza fisica, preferisce la tortura psicologica. La tensione è altissima: sceneggiatore, regista e attore (un superbo Shine Tom Chacko) danno il meglio. I dialoghi sono perfetti. Ho provato angoscia persino durante la seconda visione. 
L'agghiacciante avventura termina, e, come purtroppo accade spesso in situazioni del genere, i due, invece di confortarsi, si feriscono a vicenda e si allontanano. Sachi, sciaguratamente, chiede a Vasu cosa le ha fatto Alvin, e pronuncia la frase su cui si sono scagliati alcuni critici indiani: Sono un uomo, ho bisogno di saperlo. Nasce un polverone. (Vasu, altrettanto sciaguratamente, risponde: Dov'era la tua mascolinità stanotte? Dimenticando di aver impedito a Sachi di reagire per timore di creare uno scandalo).

Da questo punto, parte della critica stronca la pellicola, pur riconoscendone le innegabili qualità in termini di regia e di interpretazioni (e di sceneggiatura, nel primo tempo).
Io non sono d'accordo. L'unico aspetto di Ishq che ho trovato debole è lo scarso spazio concesso al periodo di transizione di Sachi, fra l'aggressione e la vendetta. Il suo tormento interiore viene rappresentato in poche brevi sequenze. Sachi è annientato. Il ragazzo si chiude in se stesso, diventa scostante, sgarbato, violento. La brutalità di Alvin ha scardinato le sue certezze, la sua fiducia, e ha minato la sua identità maschile. Sachi vive la seconda fase della tortura. Il ricordo di quanto accaduto - il terrore per sè e soprattutto per Vasu, il senso di impotenza, l'umiliazione - si trasforma in pensiero ossessivo. Il rancore si autoalimenta senza sosta.

Il secondo tempo poteva essere più sottile, ma a mio parere non è poi così grossolano. Sachi è ancora sotto choc, un automa scollato dalla realtà, anestetizzato dinanzi all'orrore che ora è lui ad infliggere. La formazione negativa si è conclusa. Del ragazzo innocente di qualche settimana prima non è rimasto nulla. Le carte della sua personalità si sono rimescolate. Non si tratta di mascolinità tossica che riaffiora: Sachi è proprio un altro uomo.
Il finale è insolito per un film indiano, ma l'unico possibile.

Ishq sceglie intenzionalmente di raccontare la vicenda dal punto di vista di Sachi, quindi la scarsa rilevanza accordata al personaggio di Vasu è una scelta e non un errore della sceneggiatura. Ishq non è una storia d'amore. La relazione principale è quella, infame, che si instaura fra Alvin e Sachi, fra il carnefice e la vittima in un macabro gioco di specchi. Ishq non è solo un thriller. Non è solo una storia di vendetta. Non è solo una condanna delle crociate moralizzatrici. Ishq non è ciò che sembra, e per questo intriga.

TRAMA

Sachi e la sua fidanzata, Vasu, trascorrono insieme una giornata all'insaputa delle famiglie. La sera partono per un viaggio senza meta in auto. In un parcheggio vengono aggrediti da Alvin.

ASSOLUTAMENTE DA NON PERDERE

* Di giorno, nello stesso parcheggio, Sachi incontra nuovamente Alvin. La scena è magistrale. Non una nota stonata.

ASSOLUTAMENTE DA DIMENTICARE

* Il trofeo nel bagagliaio anche no.

RECENSIONI

The Hindu:
'Ishq has quite a laudable intent at its heart - to deliver a message against the rampant moral policing in the State. But, along the way, in showing how to respond or take revenge on the perverts who become moral goons, it unintentionally celebrates another kind of evil. (...) Director Anuraj Manohar, making his debut, lets this moral policing sequence play out over a good part of the first half. He seems to be pointing at the mentality of the moral goons, who draw pleasure from the helplessness of their victims and revel in piling on their agony. But Ratheesh Ravi's script begins unravelling after the initial moments of tension, as the attempted mental torture of the couple becomes repetitive. Sachi's character also lacks consistency. (...) But it is in the second half, dedicated to an elaborate revenge ritual, that the film loses its own moral compass. (...) While Anuraj deserves appreciation for not sticking to a conventional narrative and taking some risks, the script and the revenge part are a let down. This is certainly not how moral policing needs to be fought'.
S.R. Praveen, 18.05.19

Film Companion:
'The actors are wonderful, especially Shane. (...) The real subject of the film is what happens after a man with a patriarchal mindset is kicked in the balls. (...) We only know as much about her (Vasudha) as Sachi does, which is very little. She gets no standalone scenes, no private moments. The film never takes us into her psyche the way it takes us into Sachi’s. She’s a fairly invisible presence (rather, a quivering object) during Alvin’s moral policing, and she’s completely absent in the stretch where Sachi turns the tables on Alvin’s family. And that is precisely the point of Ratheesh Ravi’s screenplay. It sees Vasudha as Sachi sees her, not as a person but as a piece of ownership. (...) Ishq works well enough when you watch it, but it really deepens when you think about it later. There are superb touches. (...) But as superb as these details are, what registers is the core. What looks, at first, like Sachi’s loss-of-innocence story soon becomes a horror story about the fact that even a boy so innocent-looking has such deep strains of patriarchy. At points, I was literally cowering in my seat - first due to Alvin, then due to Sachi. The ending, then, is perfect'.
Baradwaj Rangan, 03.06.19

Cinema Hindi: *** 1/2
Punto di forza: la sceneggiatura stratificata, le sottigliezze, la regia, le interpretazioni.
Punto debole: la trasformazione di Sachi da vittima in carnefice è rappresentata in modo troppo frettoloso.

SCHEDA DEL FILM

Cast:

* Shane Nigam - Sachi
* Shine Tom Chacko - Alvin
* Ann Sheethal - Vasudha, fidanzata di Sachi
* Jafar Idukki - Mukundan, amico di Alvin
* Leona Leshoy - Mariya

Regia: Anuraj Manohar
Sceneggiatura: Ratheesh Ravi
Colonna sonora: Jakes Bejoy
Lingua: malayalam
Traduzione del titolo: amore
Anno: 2019

CURIOSITA'

* Un paio di settimane fa è stato annunciato il remake di Ishq in lingua telugu.
* Per saperne di più sulla moral police in India: clicca qui.
* Riferimenti a Bollywood: Uri: The surgical strike.