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26 febbraio 2019

PADI PADI LECHE MANASU



Era parecchio tempo che non guardavo un film telugu, ed ero così a digiuno che non sapevo più che aspettarmi. Da una parte è stato un bene perchè mi sono sciroppata allegramente questo film in tutte le sue lungaggini e colpi di scena. Si, mi sono divertita ma non saprei quanto l'astinenza abbia influito nel giudizio complessivo. In effetti si tratta di una cinematografia molto particolare, da un lato tiene in vita come il sacro fuoco di Vesta una tipologia di cinema indiano che sta tramontando, dall'altra sprizza gioventù da tutti i pori e riesce a trascinarti in situazioni iperboliche, angosce adolescenziali, vite quotidiane lucidate a dovere con un crescendo emotivo che ricorda i film hindi dei primi Anni Novanta. 


TRAMA
Vaishali (Sai Pallavi) e Surya (Sharwanand) si amano e vivono una storia appagante. A un certo punto lei parte per il Nepal e il ragazzo rincontrando suo padre comincia ad avere dubbi sul futuro della sua relazione.


Dopo quindici minuti un film telugu o ti strega o ti repelle e se l'incantesimo scatta poi arrivare all'ultima scena diventa una specie di necessità fisiologica. Sai gia come inizia, prevedi con certezza la fine ma nel frattempo ti godi il viaggio. Padi Padi Leche Manasu parte lento, ha una parte centrale avvincente e poi scivola in una confusione pazzesca, da soap opera scritta a quarantotto mani e corretta da uno stagista ubriaco mentre gli attori si stanno già truccando.

Ma...

Il film ha i suoi perchè. Tra le novità più evidenti c'è una pesante critica all'istituzione del matrimonio, argomento molto caro alla protagonista, Sai Pallavi, che ha più volte dichiarato di non volersi mai e poi mai sposare, scatenando non poche smorfie nelle tradizionalissime industrie del Sud. Salti nella vita moderna si alternano a salti nel passato della cinematografia telugu, che da sempre ama i richiami le storie mitologiche sullo schermo: ed ecco che ad uno schiocco di dita i personaggi iniziano a trasformasi in Krishna e Rukmini senza neanche cambiarsi d'abito.

Del film ho adorato le locations, i paesaggi naturali, gli edifici colorati di Kolkata ma bagnati di pioggia e i monumenti di Katmandu, sotto un cielo impenetrabile e pesante. Le melodie sono molto piacevoli, La fotografia superba, attenta ai dettagli, all'armonia di simmetrie e colori con morbidi sfondi sfocati. I have a dream: voglio svegliarmi domattina ed essere altrettanto brava. Inutile negare però che PPLM alla fine è uno di quei polpettoni che diventano estenuanti, per i quali hai bisogno di un giorno di ferie, e se non ce l'hai lo inizi il lunedi per finirlo il giovedi. A metà settimana la trama ti fa rivalutare la sobrietà impassibile de La Clinica della Foresta Nera.

Ma qualcosa è cambiato nel cinema telugu anche se a prima vista non sembra. E' passato un po' di tempo e sono mutati anche i volti di punta. Noto con piacere che l'attrice protagonista, diventata nel giro di pochi film un vero fenomeno, rappresenta l'immagine opposta delle eroine irrealistiche che sono state propinate per anni (quasi tutte provenienti dal Punjab, alte, bianchissime e dai lineamenti sofisticati).  Sai Pallavi invece è un volto del Sud dell'india per il Sud dell'India e c'è del magnetismo nei suoi movimenti, tanta dolcezza negli occhi contrapposta a una voce mascolina, graffiante e decisa. I personaggi che interpreta riflettono la sua personalità senza fronzoli, i costumisti non le mettono certo top scollati e lustrini anche per andare al mercato, anzi,  la vestono esattamente come una ragazza della sua età: suits vivaci, jeans e camicette, magliettone comode per dormire. Sai Pallavi, sei una di noi!

Lei è una ventata di freschezza mentre lui (Sharwanand) sembra la copia di un eroe a caso che ha preso vita da un poster sul muro. Ma è anche vero che la novità si apprezza più quando perfettamente inserita nella routine. Di brutto c'è che dopo diversi tentativi di rinnovamento l'esigenza di non scatenare discussioni ha la meglio, di conseguenza alcuni spunti interessanti tirati fuori con coraggio vanno a farsi friggere. Ma comunque qualche passo in avanti c'è stato.

Il mio giudizio sul film *** 3/5

ANNO: 2018

LINGUA : Telugu

REGIA : Hanu Raghavaputi

CAST: 
Sai Pallavi......... Vaishali
Sharwanand ........ Surya

COLONNA SONORA : Vishal Chandrasekhar


22 settembre 2016

SARBJIT



Dimentichiamo per un attimo la vicenda di cronaca e gli eventi. Lasciamo sospeso il difficile convivere di due nazioni vicine divise da una palese inimicizia e un muro di filo spinato. Sarbjit è un titolo ma soprattutto un nome,  parola che velocemente riporta alla mente una storia drammatica e ancora non del tutto chiara. Un film che racconta di un uomo e di una condanna, del dolore dei suoi familiari, delle lacrime che non conoscono né lingue né frontiere, della disperata ricerca di risposte. Pur collegandosi ad un'identità specifica potrebbe parlare della vita e la fine di qualcun altro, del tormento di chi resta a casa ad aspettare un ritorno che non avverrà mai, del silenzio di chi è stato abbandonato in situazioni disumane in altri momenti della storia e in altri angoli del pianeta. La sofferenza è una maledizione che si ripete ogni giorno.


TRAMA 
Sarbjit (Randeep Hooda) vive con la sua famiglia in un villaggio del Punjab al confine con il Pakistan. Dopo aver bevuto un po' troppo attraversa la frontiera senza rendersene conto e viene identificato come una spia e il responsabile di due attacchi terroristici. La sorella Dalbir (Aishwarya Rai) inizierà a combattere per la liberazione raccogliendo prove della sua vera identità.


Omung Kumar, autore di Mary Kom, si cimenta nuovamente in una biografia e tira fuori dagli archivi un caso scottante sul quale non si è fatto ancora luce. Il punto di vista scelto dal regista è quello della sorella di Sarbjit, Dalbir Kaur, che si è battuta fino all'ultimo per provare l'innocenza del fratello e lo scambio di identità che l'uomo avrebbe pagato con la vita. Dei maltrattamenti e delle torture in carcere parlava anche Visaranai, il film tamil di Vetrimaraan in concorso lo scorso anno al Festival di Venezia (e selezionato per gli Oscar 2016... all the best!). In quel caso erano le mura di una stazione di polizia del Tamil Nadu, ad assorbire le grida disperate di quattro innocenti presi dalla strada con lo scopo di chiudere in fretta un caso. In Sarbjit lo stesso topic diventa più difficile da elaborare perché si va a mettere sale su una ferita sempre aperta, le relazioni difficili tra India e Pakistan, e il quesito sull'innocenza di un uomo che (anche se che probabile) non è stata del tutto dimostrata. 

Dell'intero film difficilmente dimenticherò la lenta preparazione della scena in cui il protagonista incontra la famiglia dopo anni di reclusione. Il regista traccia lentamente un cerchio con le dita che si stringe sempre più fino a immobilizzare come l'abbraccio di un boa. Ci mostra cosa avviene in un ambiente e poi nell'altro, prima con delicatezza poi con vigore, un'estenuante rimbalzare di emozioni terribili. La tensione cresce attraverso piccoli gesti, dettagli e oggetti. La sequenza preparatoria è girata con maestria e nonostante i temi siano strazianti (inevitabilmente) il livello del film si eleva anche da un punto di vista stilistico. 

Proiettato per la prima volta al Festival di Cannes una volta uscito nelle sale in India ha ottenuto un riscontro tiepido ed è stato criticato principalmente per eccessi di melodramma. Dato il tema non è affatto semplice raccontare con fredda lucidità e rigore. Il regista pare in continuo dilemma e ad un certo punto inizia ad essere percepibile:  dire troppo o troppo poco? Calcare alcuni aspetti o altri? Come evitare di stereotipare i buoni e i cattivi? Lasciare o meno un dubbio su come si siano svolti gli eventi? Qualche passo meno traballante l'avrebbe reso un film migliore. 

Ma Sarbjit ha anche portato per la prima volta sullo schermo Aishwarya Rai e Randeep Hooda, lei la diva in fase di ritorno e di sperimentazione, lui l'inarrestabile scalatore del successo, l'attore che zitto zitto e piano piano sta diventando uno dei miracoli degli ultimi anni.  Due protagonisti e due interpretazioni: una buona e una stratosferica. 
Aishwarya Rai è una persona forte, si vede e si sente. Il personaggio di Dalbir non le appartiene ma la sua vitalità di donna, prima che di attrice, la spinge nel modo giusto e riesce a fare un lavoro più che degno. Unico appunto, l'eleganza di Aishwarya è difficile da sedare, una caratteristica ultraterrena che nemmeno il miglior regista può mettere in ombra, a poco servono i costumi, il make up e anche uno studiato linguaggio del corpo. E questa era la buona.
Ma passiamo alla stratosferica.  Randeep Hooda ha avuto un coraggio titanico a firmare questo film e portarlo avanti con estrema professionalità. Un tema spinoso, un ruolo difficile da interpretare che non si presta né ad incontrare la popolarità né i grandi numeri del botteghino. Contrasti, opinioni discordanti, dibattiti. Ma soprattutto una prova non facile da un punto di vista fisico e psicologico. E lui regge tutto sulle spalle come Atlante. Nel ritrarre con estrema dedizione un uomo che perde ogni giorno un pezzo di se stesso, e della sua dignità, ci mostra ciò che è in grado di fare. Praticamente tutto.

Non è facile guardare un film così. Perchè poi come è possibile "guardare" così tanto dolore e restare fermi, pensare ad altro o ricordarsi che in fondo è solo un prodotto cinematografico? Non si può fuggire dalla realtà. Ciò che Randeep Hooda ha magistralmente finto per il grande schermo è stata l'esperienza reale di qualcuno, che si chiami Sarbjit o con mille altri nomi, che sia colpevole, innocente, spia o preso per caso, è davvero troppo. La violenza fa male e porta altro male, sempre. Non è mai giustificata qualsiasi sia la radice, la causa e la mano che la infligge. 


 Il mio giudizio sul film ***  3/5
 (***** 5/5 a Randeep Hooda per la miglior performance della sua carriera)


 ANNO 2016

 REGISTA : Omung Kumar 

CAST: 
Randeep Hooda ........... Sarbjit 
Aishwarya Rai ........... Dalbir 
Richa Chadda .......... Sukhpreet
Darshan Kumar .......... Awais Sheikh

COLONNA SONORA : Jeet Ganguly / Amaal Mallik /Tanish Bagchi / Shail - Pritesh/ Shashi Shivam 

03 agosto 2016

BAAGHI



In genere mi piace parlare solo di film belli, quelli che mi hanno tenuta sveglia la notte, che mi hanno fatta sorridere o anche venire il mal di stomaco. Il mondo del cinema Indiano è stupendo ma ogni tanto capita di trovare in giro anche una sòla, tipo il paccone famiglia di yogurt avariato al supermercato. Quello che pensi sia un'ottima offerta ma ti accorgi che è scaduto da un mese dopo aver buttato via lo scontrino. A quel punto non resta che aprire il secchio e fargli fare un bel volo. Baaghi puzza meno di acido ma segue la stessa sorte. Una confezione ingannevole, un inutile spreco di tempo e denaro.


TRAMA
Lei (Shraddha Kapoor) è carina, ingenua e rapita dal villain di turno, il classico belloccio filo-malavitoso che ha tempo da perdere per inventarsi problemi dove non esistono. Poi arriva il macho che fa le capriole tra una zampata e un pugno (Tiger Shroff) e un padre della sposa sciocco e avido di denaro. Quante novità. Non manca nessuno, c'è lo scemo del villaggio per amico e risponde all'appello anche il bimbo malato in attesa dei soldi per curarsi. Ma soprattutto cattivi, cattivi e cattivi a rotta di collo. Quelli con la faccia taylor made da cattivo, quelli che li guardi in faccia, non hai alcun dubbio e pensi : Questo è proprio cattivo.


Baaghi è prevedibile ai limiti dello sconforto. E' un film che si sfoglia come l'album delle medie, vai avanti e non sai se ridere o piangere. Riguardo una foto in cui avevo quattordici anni e un bel po' di chili di troppo. Non è cambiato niente, penso, poi leggo la data di nascita sul documento e dico, eh no! Stessa cosa per questo film. Sarebbe andato benino come contemporaneo di Judwa  ma tra le uscite del 2016 magari era meglio evitare. Tutto fa acqua. Dove lo guardi è un colabrodo. Si propone come ipotetico remake di Varsham ma solo a sentir avvicinare questi due titoli mi si accapona la pelle. Il film telugu a cui dice di ispirarsi a suo tempo ha fatto la fortuna di Prabhas e di Trisha nel mondo delle cinematografie del Sud. Di anni ne sono passati ma resta un prodotto raffinato, anche se nostalgico. Mentre Baaghi è semplicemente sfigato.

Un capitolo a parte Tiger Shroff. Qualcuno salvi questo innocente dai film del cappero! Dategli uno straccio di script ma soprattutto toglietegli le molle ai piedi!!! Continuano a costruirgli personaggi poco interessanti, a tratti pure ridicoli e lui si fa in quattro ma è tutta fatica sprecata. In Baaghi non ha le scarpe, ha due ammortizzatori, è agile come un giunco ma quando è troppo è troppo, probabilmente l'hanno svezzato sul set de La Foresta dei Pugnali Volanti. Eppur Tiger è un ragazzo niente male, ha degli occhi dolci che tradiscono una sensibilità marcata, piuttosto che fare il supereroe (e il verso a Hrithik Roshan) a tutti i costi dovrebbe cercare un ruolo più serio e tranquillo, tirando fuori  la sua personalità. E magari pure quella dolcezza nello sguardo che nasconde a suon di bicipiti oliati.

Il lato positivo è che guardando Baaghi mi sono sfasciata dalle risate. Insomma capita di vedere un film brutto ma così brutto è raro. Un pizzico di lucidità ogni tanto può tornare a tutti, quì neanche l'ombra. Coerenti nel delirio e nella noia fino all'ultimo. I dialoghi, soprattutto quelli della prima mezzora, sembrano scritti durante un concerto di Umbria Jazz, alla decima birra seduti sulle scalette del duomo. All'inizio è irritante, alla fine quasi comico. Ma soprattutto avrò gli incubi sulle parrucche. Se per poco ero distratta dalla bellezza del paesaggio del Kerala sono dovuta tornare bruscamente alla realtà dopo la sfilata di improbabili acconciature sintetiche con le quali i costumisti hanno castigato i poveri attori in seconda. Magari gli sono cadute in testa per sbaglio. Il fantomatico killer cinese non sarebbe stato più minaccioso senza il caschetto pixie con ciuffo alla Maria de Filippi? E per il padre era proprio necessario un gatto morto (grigio) in testa? Anche le comparse di trenta anni fa si sarebbero rifiutate di farsi conciare in quel modo. Spero li abbiano pagati il doppio.

Il mio giudizio sul film : *

ANNO: 2016

TRADUZIONE DEL TITOLO : Ribelle


REGIA : Sabbir Khan

CAST :

Tiger Shroff........ Ronny
Shraddha Kapoor ................ Siya
Sunil Grover ............ il padre di Siya
Sudheer Babu ............. Raghav

COLONNA SONORA : Meet Bros, Amaal Mallik, Ankit Tiwari, Julius Packiam, Manj Musik




10 luglio 2016

VISARANAI



Ancora frastornata, con un nodo in gola nonostante siano passate anche più di 24 ore apro una nuova pagina e inizio a parlare di Visaranai, nuovo lavoro di un regista che stimo moltissimo, Vetrimaraan, per non parlare del produttore, il magico Dhanush. Un binomio perfetto che ha intuito già con  Aadukalam e Kaaka Muttai quali siano le coordinate per far breccia nel cuore degli spettatori. Ma anche sventrarli volendo, dilaniandone l’anima e lo stomaco, facendo risuonare la propria voce ben oltre il tempo della proiezione.  Non posso dire che Visaranai sia il film tamil che mi è piaciuto di più negli ultimi tempi ma di certo è andato a intaccare la mia tranquillità, mi ha dato una scossa, mi ha lasciata assetata, inquieta, nervosa. A volte è sufficiente solo una scena, uno sguardo e l’ago della bilancia si inclina di colpo in una direzione, quella giusta.

TRAMA
Tre ragazzi di umili origini, emigrati dal Tamil Nadu in Andhra Pradesh per svolgere lavori di manovali e commessi, vengono arrestati improvvisamente e sottoposti a pesanti interrogatori – tortura. I poliziotti che hanno in carica la risoluzione del caso sono più interessati a concludere la faccenda facendo arrestare tre persone prese dalla strada piuttosto che indagare e raggiungere i reali colpevoli.

La prima parte del film, dalla cattura al rilascio dei tre protagonisti, è ispirata ad una vicenda reale, un conducente di rickshaw e altri due uomini sono stati prelevati di notte dalla polizia e torturati per tredici giorni solo per confessare crimini che non avevano mai commesso. L’autista, una volta uscito dall’incubo ha raccontato la sua vicenda in un libro, Lock Up, divenuto lo spunto di partenza per la sceneggiatura di Visaranai. Nella seconda parte ritroviamo sempre i tre personaggi ma in una storia diversa, altrettanto drammatica, che fortunatamente pero' non è frutto di un’esperienza vissuta. Visaranai è noto anche in Italia già dal 2015 quando venne proiettato in prima assoluta al Festival di Venezia, in concorso nella sezione Orizzonti (la prima volta per un film tamil) e premiato da Amnesty International.

L’indolenza, la corruzione, l’impassibilità del gruppo di poliziotti crudeli e svogliati è impressionante, i dialoghi sono crudi, le immagini ancora di più. Nella violenza, nell’ingiustizia, nella disperazione, si mantiene viva la tenacia di chi è disposto a tutto pur di non perdere la dignita’.  La fierezza e il coraggio di chi e' certo di essere nel giusto infiammano lo sguardo del protagonista, Pandi, solidale con i suoi compagni di sventura, quasi impassibile al dolore fisico in un istante che buca lo schermo e fa scattare il salvavita dell’impianto elettrico. Non voglio spoilerare la scena, ma tanto di cappello alla scelta di Vetrimaaran e all’interpretazione di  Dinesh Ravi, naturale, diretta. I suoi occhi sono bellissimi, e parlano.

Visaranai più che un film pare un documentario, una disavventura sanguinosa che mette in mostra il marcio della società e sembra ripresa da telecamere nascoste.  L’innocenza diviene un bagaglio scomodo da portarsi dietro quando si mette piede in una grande città e si è solo parte degli “ultimi”. Vulnerabili e vacillanti rispetto chi sa guardarsi le spalle e conosce bene il luogo facendone già parte. I crimini compiuti nella piccola caserma non sono solo i racconti delle ingiustizie subite da M.Chandrakumar, il rickshaw driver di Coimbatore, e nemmeno le vicende di Pandi, Murugan e Afazal, i tre protagonisti del film, se Visaranai ferisce è perché a suo modo da voce alle urla inascoltate, alle lacrime versate in silenzio da tanti volti che agli occhi del mondo non avranno mai nome.

Il film parla chiaro e presenta un esempio semplice. Il potere spesso puzza di marcio e a volte non ci si può fare proprio niente.  La verità non vince, la lealtà non porta lontano, neanche l’amicizia e la compassione possono avere la meglio su situazioni scritte dall’alto, pronte ad essere strumentalizzate, eseguite o insabbiate. Può l’uomo essere abbandonato nel dolore? Manovrato come una pedina in una scacchiera? La necessità di essere tutti uguali e di dover godere degli stessi diritti è solo un’utopia? Solo belle parole? Per lanciare un fiammifero acceso bastano due dita e il regista lo sa bene. Grazie ancora una volta al Cinema Tamil.


Il mio giudizio sul film : **** 4/5

ANNO : 2016

LINGUA : Tamil

TRADUZIONE DEL TITOLO : Interrogatorio

REGIA : Vetrimaaran

CAST :
Dinesh Ravi ……… Pandi
Aadukalam Murugadoss ……… Murugan
Silambarasan Ratnasamy ………… Afzal
Anandhi ………….. Shanti
Samuthirakani ………. Muthuvel
Kishore …….. KK

COLONNA SONORA : G.V. Prakash Kumar


Vedi anche :
Mostra del Cinema di Venezia 2015 (dalla sezione News & Gossip)

01 marzo 2016

KAAKA MUTTAI





Si consolida il sodalizio professionale tra Dhanush e il regista Vetri Maaran (Aadukalam). Insieme producono e promuovono un film delizioso che si è fatto notare in festival cinematografici di mezzo mondo, dalla standing ovation alla prima assoluta di Toronto alla programmazione del festival del film di Roma, di Dubai, Londra e Los Angeles. Vincitore di due National Awards e debutto perfetto per un nuovo e promettente regista.


TRAMA
Due bambini vanno a caccia di uova di corvo arrampicandosi ogni giorno nell'albero del parco. Vivono negli slums con la mamma e la nonna, il padre è in prigione ed entrambi hanno dovuto lasciare la scuola per lavorare. Quando la pianta viene tagliata dal cortile la loro golosità incontra un nuovo desiderio: la pizza.


Per tutto il film non si conosce mai il nome dei due bimbi, chiamati sempre con i soprannomi di Piccolo e Grande "Kaaka Muttai" dalla loro golosità per le uova di corvo. Le stesse che i bimbi rubavano dalla pianta, arrampicandosi fino alla cima e rischiando pure di cadere. Da un giorno all'altro questo desiderio si annulla per lasciare spazio ad un altro sogno, un'immagine bella, invitante e nuova. Una pizza fumante. Promossa dagli spot televisivi ma anche presentata in gran stile da un sapiente marketing aziendale. I nuovi fast food luoghi in cui tutto è bello, pulito e colorato, dai volantini alle scatole, dalla simmetria di colori degli ingredienti alle vetrate lucidissime. La pizza diviene un'ossessione, una rivalsa, un progetto da portare avanti nel tempo e la volontà di fare il passo più lungo della gamba, sfiorando qualcosa che non rientrerebbe nelle loro possibilità.

Davanti ai desideri si è tutti un po' bambini perchè si spera, si pianifica, si sottrae alla vita di tutti i giorni del tempo per vagare in immaginazioni e suggestioni. Un viaggio mentale che anche in Kaaka Muttai è più gustoso e intrigante della meta stessa. Un desiderio rimandato può annullarsi nel tempo, oppure diventare sempre più forte, rubando spazio ad ogni altro pensiero. Ed ecco che nel giro di poche scene la pizza inizia a materializzarsi in qualcos'altro, e poi in altro ancora. In un modo del tutto geniale.

L'attrazione verso qualcosa diviene più forte se le condizione esterne non permettono di ottenerla. Attraverso una narrazione semplice ma ricca di coinvolgimento e sub-plots tutte le diverse figure, dai protagonisti ai personaggi minori, incarnano diversi aspetti del desiderio. All' abbondanza di qualcosa segue la mancanza e la ricerca disperata di qualcos'altro. Non si può fuggire al richiamo del piacere ma la maestria di ognuno (insieme al rischio) sta nel concretizzare un'idea seguendo la strada giusta. Trattandosi di una storia realistica e non di una fiaba i due piccoli fanno passi falsi e cedono alle tentazioni sottraendo però  sempre qualcosa a qualcuno, si inizia con le uova deposte dal corvo e si finisce con il rubare. Difficile sapersi fermare in tempo, riuscendo a rendere la realizzazione del proprio sogno un percorso costruttivo e non un'ossessione malsana.

Nella creazione di questo desiderio contribuisce la presenza della Tv, ironicamente ben due televisori, uno accanto all'altro, in una stanza piccolissima in cui voci diverse si mischiano in un mormorìo incomprensibile,  le sue immagini consolidano desideri già presenti (per esempio la voglia dei due fratelli di avere un cellulare) e ne creano di nuovi (come l'idea della pizza filante nella sua bella scatola).

Un bel film ha sempre molte cose da dire, diverse le emozioni in gioco che come carte in tavola si mescolano ad ogni turno. La globalizzazione e le difficoltà che si incontrano in città dove strati sociali opposti convivono senza sfiorarsi, e non è difficile immaginare cosa succede quando i mondi isolati vengono messi all'improvviso uno di fronte all'altro. Un confronto che fa male e intacca la routine di entrambi. 

L'immagine strumentalizzata dei due piccoli diviene il secondo sviluppo della storia. Una povertà che da fastidio se la città parallela è mossa da vibrazioni positive di crescita e sviluppo. Poi improvvisamente mostrata per attirare l'attenzione e trasformare tutti come per incanto in cittadini modello e benefattori. Insomma una realtà promossa o scacciata a seconda di come tira il vento, nella vita quotidiana come nei film, nei giornali e nei grandi dibattiti.

Kaaka Muttai sa bene come toccare le corde giuste dentro l'anima degli spettatori, cosa mostrare e quali sentimenti sfiorare, quando lasciar esplodere tenerezza e dolore ma anche quando ritrarsi senza dare troppe spiegazioni. Il film ha un'equilibrio perfetto e non smuove mai l'ago della bilancia nè in una direzione nè in un'altra. Il realismo e le emozioni forti che caratterizzano i film tamil non mancano ma tutto è intriso di dolcezza, di fiducia e di speranza.

Essendo un film complesso che gioca sulle sfumature, in Kaaka Muttai non esistono buoni e cattivi, nemmeno elementi del tutto positivi e negativi. La stessa fantomatica pizza, oggetto del desiderio per eccellenza, spinge i bimbi a mentire e a vivere di espedienti  ma al tempo stesso li distrae per un po' dai loro problemi, li aiuta a non pensare all'assenza del padre, li unisce in un obiettivo comune e in qualche modo li fa crescere.  L'esperienza costruttiva del film si estende anche al pubblico, che inevitabilmente si sentirà bussare dentro, e cambia le sorti dei due giovani attori, la cui vita è iniziata veramente negli slums di Chennai ma proseguirà tra i banchi di scuola e il mondo del lavoro grazie all'aiuto che Dhanush ha promesso di garantargli nel corso degli anni.

Il mio giudizio sul film : ****1/2  4,5/5

ANNO : 2015

REGIA : M. Manikandan

TRADUZIONE DEL TITOLO : Uova di corvo

LINGUA : Tamil


CAST:
V Ramesh ..... Chinna Kaaka Muttai
J Vignesh ..... Periya Kaaka Muttai
Iyshwarya Rajesh ............. la mamma dei due protagonisti
Babu Anthony ........... Shiva
Apparizione speciale di Silambarasan nella scena dell'inaugurazione


COLONNA SONORA : GV Prakash Kumar

VEDI ANCHE :
Kaaka Muttai in programmazione a Milano

26 febbraio 2016

JAZBAA


Che piaccia o no Jazbaa è un film che non si può fare a meno di guardare. E' il ritorno della Diva dopo un'assenza che pareva interminabile e soprattutto insieme a Irrfan Khan, accanto al quale forma una coppia insolita quanto ammaliante. Il punto di partenza è sufficiente a scatenare la curiosità mesi prima dell'uscita nelle sale, è stata trepidante l'attesa delle prime immagini, dei trailer, fino ai pareri dei critici e del pubblico.


TRAMA
Anuradha (Aishwarya Rai) è un'avvocato all'apice del suo successo ma anche una madre single che si divide tra le responsabilità familiari e gli impegni in tribunale. Per ottenere la sua collaborazione un misterioso ricattatore rapisce sua figlia e minaccia di ucciderla se la donna non sarà in grado di riaprire il processo e scagionare un assassino a un passo dalla pena di morte. Solo pochi giorni per tentare un'impresa impossibile: provare, o costruire di sana pianta, la sua innocenza.


Remake ufficiale del coreano Seven Days, Jazbaa è un thriller elegante pensato ed eseguito con cura. Veloci corse in auto, emozioni forti, ritmi serrati e un evidente  virtuosismo tecnico, tutto è molto bello da guardare, il coinvolgimento emotivo non manca. La fotografia è fantastica e garantisce ad ogni scena la giusta intensità, dominano i toni del verde, del grigio e del nero riprendendo i colori della toga e degli occhi cristallini di Aishwarya, orizzonti profondi, vedute aeree di una brulicante Mumbai in HDR e una dimensione alternativa in cui ogni dettaglio appare realistico a un primo sguardo e surreale a un secondo. Nonostante le buone performance, e una narrazione avvincente che non concede pause, le linee guida della storia a tratti vacillano. Il climax mi è sembrato esaustivo ma forse poco originale.

Non privo di difetti ma comunque molto buono, Jazbaa è uno dei titoli del 2015 da guardare assolutamente. Sempre grati a Sanjay Gupta per aver proposto una coppia cinematogafica inusuale e aver scritturato Irrfan Khan nel ruolo di un poliziotto un po' corrotto e sempre con la battuta pronta. I dialoghi scritti per il personaggio di Yohaan sono davvero irresistibili e capaci di contrastare qualche eccesso di melodramma e lacrime in glicerina di troppo sparse qua e là.

Tutto ruota intorno ad Aishwarya, protagonista e presenza abbagliante della quale si sentiva una mancanza tremenda. Il ruolo di Anuradha le si addice molto, una donna bella, brillante, matura e grintosa. La lista degli aggettivi potrebbe proseguire in eterno. Buona la sua interpretazione ed ottimo il look sobrio adatto sia alle situazioni che al personaggio. L'attrice è in gran forma e apre il film con una sessione di ginnastica al parco indossando una tutina seconda pelle che mette in risalto curve sexy e un corpo tonico.  Uno schiaffo in faccia a tutti coloro che l'avevano data per spacciata e anche alle sue colleghe più giovani ma sempre più (inutilmente) pelle ed ossa.

Irrfan appare un vero e proprio figo in ogni inquadratura, occhiali scuri, giacchetti di pelle, magliette aderenti che mettono in mostra la sua figura alta e slanciata, strafottente e dolce al punto giusto, credibile anche nelle scene un po' esagerate e sempre desiderabile. Anuradha e Yohaan, i due protagonisti, non hanno una vera e propria love story ma si rispettano e si completano a vicenda, sanno essere colleghi e amici, condividono una velata attrazione. Quest'intesa vibrante e una scintilla di passione mai dichiarata sono il valore aggiunto del film, non ci resta che creare un Jazbaa 2 nella nostra mente e immaginare tutto ciò che potrebbe avvenire al termine della vicenda principale. 

Aishwarya Rai è in India quello che sono state Marilyn e Audrey per gli States e Brigitte per la Francia. Lei non è solo un'icona di bellezza e una trendsetter nella moda, nello stile e nel makeup ma una diva vera, un'immagine che va ben oltre il mondo del cinema, delle passerelle e delle copertine. Aishwarya è uno di quei volti che visti una volta è impossibile dimenticare, elegante e leggiadra in ogni momento e in ogni situazione, anche quando i media la facevano a pezzi per il suo peso aumentato con la gravidanza spargendo gratuitamente veleno. In barba ai sabotatori la diva non ha mai smesso di ammaliare il suo pubblico, prima a distanza e a piccoli passi, poi finalmente con un una serie di film di diverso genere e mood. Come tantissimi altri fans non vedevo l'ora di vederla di nuovo in un lungometraggio tutto suo. Uno sguardo di Aishwarya trasforma gli uomini in statue di sale, ed è così magnetica da sedurre il pubblico femminile placando anche la più tiepida fiamma di gelosia. E' semplicemente qualcosa di più. Basta riconoscerlo.



Il mio giudizio sul film: *** 3/5

ANNO: 2015

TRADUZIONE DEL TITOLO : Coraggio

REGIA: Sanjay Gupta

CAST:

Aishwarya Rai ............Anuradha
Irrfan Khan ............ Yohaan
Shabana Azmi ............ Garima Chaudary
Jackie Shroff ........... Mahesh Maklai
Atul Kulkarni .......... Ronit

COLONNA SONORA: Amjad - Nadeem ("Bandeyaa"), Badshah ("Aaj Raat Ka Scene"), Arko Mukherjee ("Kahaaniya" e "Jaane Tere Shehar")

Vedi anche : articoli di Cinema Hindi su Jazbaa nella sezione Breaking News
Le prime del 9 ottobre 2015 : Jazbaa
Jazbaa: nuova locandina
Jazbaa : Kahaaniya
Jazbaa: locandine, trailer e video

08 gennaio 2016

YEVADE SUBRAMANYAM


Nani (il protagonista dell'eccentrico Eega) firma nuovamente un film originale e diverso. Yevade Subramaniyam è un esperimento per la cinematografia telugu che di solito preferisce percorrere terreni già battuti e assecondare le richieste di mercato. Sfidando con coraggio la routine dominano dialoghi filosofici, silenzi e canzoni sussurrate. Già dal titolo si susseguono domande a catena e riflessioni. Chi è Subramaniyam? Ci si conosce davvero? E soprattutto, si è veramente pronti a restare soli con se stessi?


TRAMA
Subramaniyam (Nani), bambino prodigio dotato di un senso degli affari eccellente fin dall'infanzia, cresce accanto al suo migliore amico Rishi (Vijay Deverakonda) che al contrario suo ama vivere in libertà e inseguire i suoi sogni. Da anni Rishi cerca di convincere l'amico a ricercare insieme un luogo leggendario ai piedi dell'Himalaya ma Subramaniyam è troppo ambizioso per concedersi delle pause e sta per convolare a nozze con una ricca modella. I cambiamenti però bussano alla porta e saranno drastici e improvvisi.


YS è un denso diario di viaggio. Il paesaggio dominante è la montagna, un ambiente che regala sempre emozioni forti e mette alla prova la capacità di adattarsi e di reagire. Non è stato facile per la troupe nè per gli attori girare tra le vette dell'Himalaya per oltre quaranta giorni, sfidando malesseri e problemi tecnici a non finire. Per fortuna premiati da un meritato successo. In un ambiente faticoso da affrontare ed estremo tutto è relativo, le distanze, il tempo e perfino i rumori, cambiano i bisogni e anche le priorità, i silenzi prendono il posto delle parole, le emozioni vengono amplificate.
YS è un racconto iniziatico. La storia di un amicizia, di un amore sbagliato e una catena di scelte difficili. Una parabola che elogia la Natura e anche una favola di rinascita. La montagna, da millenni un ambiente avvolto da un alone magico, nel quale uomini e dei si incontrano, grembo di misteri, stanza di meditazione. Simbolo della spiritualità, della purezza, della meta da raggiungere. La vetta è l'ultimo lembo di terra toccato dagli uomini, il primo sfiorato dal divino.
Ys è una favola ecologista. Promette un mondo migliore fatto di uomini diversi e consapevoli del contributo che ogni singolo può dare agli altri. Una visione iperottimista che non corrisponde alla realtà ma ne costruisce un plastico ideale. La responsabilità e i suoi molteplici significati. Aiutare e non restare fermi a guadare. Mantenere le promesse fatte, costi quel che costi. Vivere in modo etico in un mondo che ci è solo dato in prestito. O più semplicemente essere felici e coerenti con se stessi.
YS canta la solitudine. La capacità di vivere come singoli pur senza allontanare gli altri, di ascoltarsi, di sapersi concedere al nulla schivando la frenesia di suoni e frastuoni, saper rimanere fermi e in silenzio, improduttivi ma senza provare disagio o vergogna.
YS mi ha spiazzata del tutto. Credevo fosse una storia d'intrattenimento e invece emozioni diverse saltano fuori da scatole cinesi. Una dopo l'altra. Difficile metterlo in ordine in una scala di gradimento proprio poco tempo dopo aver visto Baahubali , e dopo aver pensato che sarebbe stato impossibile avere tra le mani qualcosa di meglio. Il 2015 è l'anno della rinascita del cinematografia telugu, dalla mitologia al racconto iniziatico le sorprese non mancano e nuovi film esplorano temi, generi e nuove consapevolezze. Nag Ashwin sarà al suo debutto alla regia ma il suo curriculum è già stellare. Basti pensare che il suo cortometraggio Yaadon Ki Baarat (del 2013, da non confondere con il film vintage con Dharmendra) è stato selezionato al Festival di Cannes nella sezione dedicata agli short movies. Se ciò non bastasse è stato aiuto regista di Sekar Kammula per Leader, probabilmente uno dei migliori film prodotti a Hyderabad nell'ultimo decennio. Un film che per farsi notare si affida al suo script e alla bellezza del paesaggio, l'unico make up è quello riservato alle immagini. La fotografia è uno dei suoi fiori all'occhiello, elaborata ma mai artificiale, capace di valorizzare un paesaggio che ha già del paradisiaco ed è sicuramente tra i più belli al mondo.

Il mio giudizio sul film : **** 4/5


ANNO : 2015

LINGUA : Telugu

TRADUZIONE DEL TITOLO : Chi è Subramaniyam?

REGISTA : Nag Ashwin

CAST :
Nani........... Subramaniyam
Malavika Nair .......... Anandi

Vijay Deverakonda .............. Rishi

Ritu Varma................ Riya

COLONNA SONORA : Radhan (la canzone "Challa Gaali" è stata composta da Ilaiyaraaja)


15 novembre 2015

BAAHUBALI : THE BEGINNING


Baahubali, il film più costoso nella storia del cinema indiano, è un fantasy che si ispira al genere mitologico (e quindi alle radici stesse della cinematografia telugu) ma trasporta gli eventi in una dimensione laica. SS Rajamouli, regista amatissimo dal pubblico dell'India del Sud, orchestra un fastoso Mahabharata, senza divinità ma costellato di eroi ed eroine: un giovane imponente dalla forza sovraumana, un'agile guerriera, un re tiranno la cui potenza è pari a quella dell'eroe (ma purtroppo usata per scopi opposti) e una regina coraggiosa che nonostante la prigionia mantiene intatta la sua fierezza e spera nel futuro.

TRAMA
Shivudu (Prabhas) scopre gradualmente la sua incredibile forza fisica inseguendo un'ossessione: scalare l'alta cascata che divide il villaggio da cui è cresciuto dal resto del mondo. Salvato miracolosamente quando era solo un neonato, non conosce le sue vere origini fino a che non incontra Avanthika (Tamannah) un'affascinante guerriera che gli racconta la sua missione disperata, liberare la regina Devasena (Anushka Shetty) tenuta prigioniera da Bhallala Deva (Rana Daggubati), salito sul trono dopo averlo sottratto con l'inganno a suo cugino Baahubali (sempre Prabhas), marito della donna.


Baahubali non ha fatto strage di cuori solo perchè è un film opulento, il denaro e gli effetti speciali non bastano. Non è salito in vetta alle classifiche dei film più visti di sempre grazie alle sue star, in pochi conoscevano già i volti dei protagonisti, tutti provenienti dalle cinematografie telugu e tamil. Un buon marketing non è sufficiente, nè la sola bellezza e il fumo senza arrosto. Ha convinto tutti perchè è un'epica vera, densa di contenuti e suggestioni, una piccola enciclopedia divisa in volumi, una narrazione a più voci che corre sulle ali della fantasia e dell'avventura. E quando gli schiavi che sollevano le funi per ergere la statua del tiranno iniziano ad inneggiare il nome di Baahubali, il loro salvatore, un brivido corre per la schiena e il film si trasforma da un buon fantasy elaborato in digitale in un kolossal pazzesco d'altri tempi (e nuove tecnologie). Roba che ipnotizzerebbe anche Mankiewicz e DeMille, se fossero ancora vivi.

Nel 2009 S.S. Rajamouli non aveva ancora raggiunto l'esperienza di oggi ma le canzoni e la freschezza giovanile di Magadheera mi tormentano ancora, nonostante gli effetti speciali arrossiscano davanti allo stile di Baahubali. Eppure quel film (e si parla già di un remake hindi nuovo di zecca con Shahid Kapoor) nella sua semplicità è riuscito a trasportare in un mondo diverso, fatto di amori segnati dal destino, magiche coincidenze e una coppia di attori affiatati: Ram Charan e Kajal Aggarwal al loro meglio. In Baahubali il regista ricrea un altro mondo parallelo, ma stavolta impiega una cura maggiore ai dettagli e un team più esperto. La sceneggiatura è densa e aumenta la sua forza con l'avanzare della storia, i dialoghi altisonanti, il linguaggio da epica, acceso da decisi scambi di battute. La narrazione alterna colpi di scena da kolossal a pennellate leggere, coreografie particolari e attimi in cui cullarsi in frivolezze estetiche sognando luoghi immaginari.

Per quanto riguarda gli attori devo ammettere che sono di parte. Li conoscevo e apprezzavo già tutti guardando con passione da alcuni anni anche il cinema dell'India del Sud. Anushka Shetty è da sempre la mia favorita, una donna vitale e una presenza solida sullo schermo. Se penso a lei ricordo lo sguardo temerario negli occhi di Jejamma nelle scene di Arundhati, ed ho già i brividi. Per Prabhas l'uscita di Baahubali è un punto a capo nella sua carriera, preceduta da un paio di buoni film e una lista lunga di titoli mediocri. Ha avuto in mano il ruolo di una vita e la certezza di essere ricordato da un pubblico ben più vasto di quello a cui era abituato. Più o meno lo stesso vale anche per Rana Daggubati e Tamannah, entrambi più che affermati nel cinema telugu ma relegati in un angolo a Bollywood, dove hanno cercato di sfondare.

Quella di Baahubali è una storia violenta. Indubbiamente. Come del resto lo è il Mahabharata e non a caso pure nella pellicola di Rajamouli i due nemici sono cugini, cresciuti nella stessa casa, cullati dalle stesse braccia, divisi da due parole: gelosia e potere. A volte sembra di trovare un film nel film, come una scatola cinese, e anche diverse tipologie di eroi, la cui costruzione si ispira a generi distanti nel tempo. Shivudu è un supereore moderno che ricorda quelli dei fumetti, non vola tra i grattacieli ma cerca di scalare una cascata, fa una vita normale ma segretamente sente di essere nato per fare dell'altro, per dare di più. Baahubali invece è l'eroe classico, legato al mito, senza macchia e senza paura, potrebbe essere Ettore dell'Iliade o il protagonista di un romanzo cavalleresco.

La colonna sonora di MM Keeravani non include una collezione di tormentoni, come fu per Magadheera, ma canzoni delicate che meglio si apprezzano in lingua telugu. Girato tra Ramoji Film City, il Kerala e la Bulgaria (e pazientemente elaborato in digitale), Baahubali è il film indiano più dispendioso di sempre. Il materiale e i set disegnati per le riprese diventeranno presto un'esposizione permanente pronta ad accogliere i visitatori negli studi di Hyderabad. Il pubblico in India, straordinariamente unito da Nord a Sud, già attende di conoscere cosa accadrà in Baahubali : The Conclusion, la cui uscita è programmata per il 2016. Il conto alla rovescia è già iniziato.


Il mio giudizio sul film : ***** 5/5


ANNO : 2015

LINGUA : Telugu (ma girato anche in tamil e doppiato anche in hindi e malayalam)

TRADUZIONE DEL TITOLO : L'uomo dalle forti braccia

REGIA : SS Rajamouli


CAST :

Prabhas ............ Shivudu /Bahubali
Rana Daggubati ............ Bhallaladeva
Tamannah .............Avanthika
Anushka Shetty ..........Devasena
Ramya Krishnan ........... Sivagami
Nasser................. Bijjaladeva
Sathyaraj ........... Katappa

COLONNA SONORA : MM Keeravani


QUALCOS'ALTRO:

Tra i principali produttori del film anche Karan Johar, che l'ha definito l'Avatar indiano.

Prabhas e Tamannah si erano già incontrati nel film Rebel. Anushka Shetty e Rana Daggubati hanno recitato insieme anche in Rudhramadevi, storia di un'imperatrice guerriera, altro film di genere fantasy/epico uscito nel 2015 ma diretto da Gunasekar, regista di Okkadu (Tevar il titolo del remake in hindi) e Ramayanam, film per bambini vincitore del National Award nel 1997.

Il regista compare nel film nella parte di un venditore di vino. Anche l'attore Sudeep (il cattivo di Eega tanto per intenderci) ha un piccolo ruolo.

Il neonato che compare nelle scene di apertura del film, e nel celebre poster, è in realtà una bambina. La figlia di un membro del cast tecnico nata in Kerala proprio nei giorni delle riprese.

Prima di calarsi nel ruolo di Bhallala Deva Rana Daggubati è dovuto ingrassare oltre 30 chili. Ecco perchè non riuscivo quasi a riconoscere il protagonista di Leader (al tempo piuttosto magro) dalle prime inquadrature in Baahubali in cui appare robusto come una montagna. Prima di aprire Wikipedia mi son detta per almeno dieci minuti... è lui o non è lui?

Ancora prima della sua uscita nelle sale la BBC ha dedicato uno special al making of del film in occasione del Centenario del Cinema Indiano nel 2013.

Vedi anche  Il cinema asiatico si specchia a Busan pubblicato da Cinema Hindi nella sezione Breaking News.

04 novembre 2015

YATCHAN


Una novella picaresca in salsa tamil scossa da una colonna sonora che è elettricità pura. La rivincita dei loosers e uno scambio di ruoli quasi impossibile da pensare. Un film che salta di colpo nella categoria dei feel good movies, ovvero quelli capaci di risollevare le sorti anche della serata più tediosa, e senza rifugiarsi in schemi facili e romanticherie. Forse non ha conquistato troppe recensioni positive dalle testate giornalistiche al tempo della sua uscita, nè ha spiazzato il mercato degli altri competitori al botteghino. Un'accoglienza tiepida (ingiusta) per un film che si sta facendo notare un po' in ritardo. Grazie al passaparola tutti quelli che se lo sono perso stanno recuperando. Me compresa.


TRAMA
Chinna (Arya) è un aspirante gangster fannullone che deve lasciare la sua città per evitare di essere fatto fuori da un pesce più grosso di lui, una volta a Chennai gli viene commissionato un omicidio ma non essendo affatto esperto deve preparare meticolosamente la scena. La sua storia si intreccia a quella di Karthik (Kreshna) il quale spinto dalla fidanzata Deepa (Swaty Reddy) che lo vede già una superstar abbandona il villaggio con il sogno di lavorare nel cinema.



Ecco ora che ho deciso di inizare a parlare di Yatchan mi accorgo che non riesco a descriverlo. Più o meno come mangiare un piatto delizioso e poi scervellarsi per indovinare gli ingredienti. L'ho adorato tutto, ma nell'insieme. Un susseguirsi di scene azzeccatissime, personaggi ben disegnati (dai protagonisti alle figure di sfondo) riprese dinamiche e stilose, belle picturizations e folli passi di danza, da imitare solo se si è fuori di testa o appena tornati dall'Oktoberfest. Chinna e Karthik riportano sullo schermo figure tradizionali del cinema indiano, il gangster e l'aspirante attore, per stravogerle con allegria e creare un intreccio divertente. Per entrambi si prova simpatia immediata (che è già un passaporto per il successo) nonostante non siano affatto degli agnellini. Dal primo istante pare di sapere tutto di loro, neanche fossero stati i nostri compagni di banco alle medie.

Vishnu Vardhan è un regista meticoloso ed elegante, qualsiasi sia il tema e il genere dei suoi film, dall'action movie più sanguinolento al dramma più strappalacrime, precisione è la parola d'ordine. Nessuna scena superflua, non ci sono momenti sprecati o passaggi messi lì solo per riempire il tempo. Le emozioni, qualunque esse siano, sono comunicate con chiarezza e fin dalla prima scena. Il regista ha già lavorato con Arya per ben tre volte prima di Yatchan (e gli ha affidato i suoi titoli migliori), la loro intesa si sente anche se il personaggio disegnato per lui è molto diverso da quelli che gli ha proposto in passato. Arya è un attore che apprezzo moltissimo, è un ragazzo con i piedi per terra e non si comporta da strafigo,  nonostante la sua bellezza ama cimentarsi in ruoli da anti-eroe e non ha problemi a ridere di se stesso trascinando il pubblico nello stesso sorriso. Un po' rough and tough ma giocherellone e impacciato, la sua umiltà non fa che aumentarne il fascino rendendo la sua presenza sullo schermo sempre più gradita.

Commedia e azione coesistono ma Yatchan non corre il rischio di diventare uno dei tanti film d'intrattenimento di routine, la storia riesce ad essere originale e il plot schiva ogni ripetizione.  L'aria è fresca e rigenerante, i dialoghi un po' burloni, le locations realistiche ma dipinte con colori nuovi. Abbasso gli studios e viva la strada.  La colonna sonora è da ascoltare a tutto volume, fino a far tremare i bicchieri e scappare i vicini. I miei sono emigrati in Svizzera. Che ci posso fare? Di compositori bravi in India ce ne sono tanti (i film richiedono continuamente musica) ma nessuno come Yuvan Shankar Raja riesce a farmi perdere del tutto la ragione. Dalla prima nota: blackout, dalla seconda: il mondo mi appare decisamente più bello, dalla terza: sorriderei anche al conoscente più velenoso. Yuvan ovunque tu sia GRAZIE.

 Il mio giudizio sul film : **** 4/5   (per la colonna sonora ***** 5/5)

ANNO : 2015

LINGUA : Tamil

REGIA : Vishnu Vardhan

CAST: 
Arya ....... Chinna
Kreshna ......Karthik
Swaty Reddy ...... Deepa
Deepa Sannidhi ......Swetha

COLONNA SONORA : Yuvan Shankar Raja

28 ottobre 2015

I


La favola della Bella e la Bestia incontra il Gobbo di Notre Dame, la rabbia di Anniyan i colori di Robot. Dalla  miscela nasce un film atipico, un cocktail stravagante dal budget astronomico. Si passa dai quartieri bassi di Chennai alle pagode cinesi, dal blu di Jodhpur alla Thailandia. L'immaginazione corre indisturbata e Shankar si sollazza facendo ciò che ama di più: il giro del mondo in un film. Vikram dona anima e corpo al suo personaggio e la sua dedizione lascia ammutoliti. A colmare il silenzio ci pensa A.R. Rahman con una colonna sonora avvolgente. I è tutto questo e anche di più.


TRAMA
Lingesan (Vikram), innocente wrestler virile e baffuto, entra nel mondo dello spettacolo per sostenere la carriera della ragazza di cui si è innamorato (Amy Jackson). Diviene un modello sofisticato e fighissimo (sempre Vikram) ma proprio all'apice della sua carriera il suo corpo si deforma, giorno dopo giorno diviene sempre più gobbo e ammalato (ancora una volta Vikram) e della sua bellezza non c'è più ricordo.


Shankar è uno di quei registi che ammiro follemente. Uno di quelli che si alza la mattina con un'idea e la vuole vedere sullo schermo, costi quello che costi, piaccia o no. I suoi film sono dispendiosi oltre ogni limite razionale, pieni di elementi da fumetto, sfide ardite alla logica, stravaganze, colori, locations esotiche e bellezza. A questi elementi in I si aggiunge l'orrore, l'estrema bruttezza, le sevizie, la sofferenza e vendette raccapriccianti. E' il gioco degli opposti, e come tutti gli estremi o si ama o si odia. Il protagonista sembra un barbaro assetato di sangue, il suo personaggio fa ribrezzo ma ecco che parte la storia.  La disciplina e la dedizione con cui Vikram ha dato vita al suo personaggio (anzi, personaggi) sono impressionanti. Tutto cambia in lui in un attimo, le espressioni, il linguaggio del corpo, la voce, la struttura fisica. I mutamenti sono incredibili, frutto di un buon team di truccatori, costumisti, etc, ma soprattutto del talento del protagonista, un vero colosso del cinema tamil sia per presenza scenica che per bravura.

Amy Jackson se la cava bene, è molto heroine e poco actress ma per una ragazza del tutto europea, nata al freddo dell'isola di Man, riuscire ad interpretare con naturalezza il ruolo di una modella tamil è già un fattore degno di nota. Si sente che le piace quello che fa e che ci mette passione. Riesce a non capitolare di fronte a un mostro sacro come Vikram e partecipa con energia. E poi è bellissima, incanta nei video musicali e dalle interviste sembra pure simpatica. Mi piace dal suo debutto in Madrasapattinam, quando ancora non potevo immaginare che avrebbe fatto così tanta strada.

Svariati sono gli effetti speciali, alcune combinazioni molto eleganti (per esempio le sequenze girate in Cina), altre più kitsch. C'è del comico ma anche del grottesco, romanticismo vellutato ma anche immagini disgustose. Il film disorienta ma resta aggrappato ad un punto fermo, la performance pazzesca di Vikram, così se tutto il resto non dovesse funzionare c'è sempre lui a tenere le redini della situazione.

Quando decido di guardare un film per la seconda volta è perchè spesso mi sono ritrovata a pensarci, a ricostruirne scene nella mente alla fermata del bus, lavando i piatti, aspettando il treno o in fila al supermercato. I è uno di quelli. Pur di trovare l'occasione di rivederlo ho convinto mio marito, e ci sono voluti due giorni dato che lui che ha la fortuna di parlare hindi ed è un po' pigro quando si tratta di seguire sottotitoli per quasi tre ore. Ma l'ha fatto per me. Perchè un film tamil va visto in lingua originale e mai doppiato, perchè la voce di Vikram mi scatena i brividi, perchè solo così riesco ad immergermi veramente nelle canzoni e nella storia. L'ha fatto per farmi contenta, almeno per i primi quindici minuti. Poi mano a mano che il film scorreva ha iniziato a cambiare espressione, ad appassionarsi sempre di più, a dimenticare l'ora di cena e anche i termosifoni accesi. Qundi tra qualche mese mi ricorderò ancora una volta di I, guardando la bolletta.


Il mio giudizio sul film : **** 4/5


ANNO 2015

LINGUA : Tamil

REGIA : Shankar 



CAST :

Vikram ........ Lingesan

Amy Jackson ............ Diya
Suresh Gopi .............. Vasudevan
Upen Patel .................. John


COLONNA SONORA : A.R.Rahman

16 dicembre 2014

QISSA : THE TALE OF A LONELY GHOST



Un film suggestivo sotto tanti aspetti, interpretazioni fantastiche e odore di capolavoro. Un’opera caratterizzata da un andamento emotivo fluttuante, in cui la cruda realtà e il soprannaturale si uniscono, che scava ancora più a fondo nella mente se la si vede in una sala cinematografica, dalla quale non si può evadere senza uscire o concedersi delle pause come a casa propria. Qissa acquista una maggiore forza narrativa in un ambiente in cui sono solo il buio e le immagini a raccontare un diario amaro di oppressioni, bugie e disincanto impresso su celluloide con straordinaria passione.


TRAMA
Umber Singh (Irrfan Khan) ha dovuto abbandonare la sua terra e la sua casa dopo la partizione, è padre di tre figlie ma è ossessionato dal desiderio di avere un figlio, un pensiero che lo tormenta nonostante sia riuscito nel corso degli anni a costruirsi una nuova vita. Nel momento in cui la moglie (Tisca Chopra) da alla luce la quarta bambina, Umber decide di nascondere alla società il sesso della neonata crescendola come se fosse un maschio. Gli anni passano e Kanwar (Tillotama Shome) diviene adolescente continuando ad ignorare di essere nata donna, i problemi insorgono in seguito al suo matrimonio con Neeli (Rasika Dugal) una ragazza nomade che ancora non conosce la vera identità della persona che ha sposato.


Il regista Anup Singh ha dovuto attendere ben dodici anni per veder realizzato questo suo progetto, la lunga ricerca di un produttore e la volontà di non cedere a compromessi (né sui contenuti né sulla scelta della lingua punjabi) hanno messo più volte a rischio il destino di questo film.  E’ la storia di  un'identità distrutta e quella di un'identità negata, un racconto velato di mistero in cui tutto gira intorno a una data: il 1947.  La partizione è il trauma dal quale si avvia la storia di Umber Singh, un uomo che cerca di riprendersi in maniera forzata la sua felicità, e per fare ciò alimenta quotidianamente una menzogna, una bugia che lo appaga ma al tempo stesso lo tormenta e da padre e protettore della famiglia lo trasforma in un essere brutale.
Al termine della visione il film lascia l’amaro in bocca e una marea di punti interrogativi, le scene finali continuano a seguire lo spettatore fino a casa, senza svelare o smentire nulla, aprendo varie piste all’immaginazione. Ed è proprio questo il valore aggiunto, la caratteristica che rende questa pellicola indimenticabile e profondamente diversa.
La frase che completa il titolo, A tale of a lonely ghost, è composta da tre parole chiave: Tale/racconto, invita a sospendere la ragione per lasciar spazio all’irrazionale. Lonely/solo, la solitudine di Umber con i suoi ricordi e di Kanwar isolata nella sua stessa casa. E poi ghost/fantasma, o meglio innumerevoli fantasmi che piano piano si incontrano nel film, la partizione, il passato che non si può recuperare, l’identità confusa della protagonista, i morti e il sangue versato.  E non a caso il film si apre proprio con l’immagine di Umber Singh che trascina sulle spalle un cadavere. Il corpo gettato nel pozzo per intossicare le acque di coloro che occuperanno la sua casa dopo la partizione finisce per avvelenare a distanza anche la sua famiglia che crede di essersi messa in salvo aldilà del fiume.
Qissa è una creazione multistrato, è davvero difficile poter cogliere tanti dettagli con una sola visione. Il finale resta aperto a molteplici interpretazioni, sulle quali si potrebbe conversare per giornate intere, e allo stesso modo non viene rivelata la vera natura del rapporto tra Kanwar e Neeli, non si capisce se tra le due donne ci sia veramente un’attrazione sessuale o solo complicità e affetto. Si resta con il dubbio. La protagonista si espone per salvare la ragazza che ha sposato perché la identifica come un’altra vittima del padre e del sistema? Lo fa perché la ama? Oppure perché vede in lei un riflesso della propria femminilità negata?
Vittima della ferrea definizione dei ruoli della società patriarcale, e della discriminazione sessuale, Kanwar cresce credendo di essere un ragazzo e riesce a portare avanti il ruolo che, senza saperlo, le è stato imposto. Ma cosa determina veramente “l’essere uomo”? Nascondere la verità solo per apparire e ottenere l’approvazione degli altri? Oppure difendere i propri diritti e salvaguardare, anche a costo della vita, l’incolumità dei propri cari? Se la risposta alla domanda è la seconda allora Kanwar, fisiologicamente donna, è nel film molto più virile del padre codardo e accecato dalla sua presunta immagine di padrone dalle decisioni insindacabili. Umber non è tanto un personaggio negativo quanto un personaggio “triste” , un uomo che crede di agire per il bene ma che in realtà si rifugia nell’egoismo e nella nostalgia distruttiva, chiudendo i propri occhi in una pericolosa illusione. La grandezza di Irrfan Khan sta anche nell’aver interpretato con sentimento e trasporto un personaggio così spigoloso, la sua intelligente performance evita che Umber risulti soltanto una creatura crudele e fatta per essere odiata sullo schermo, al contrario lo spettatore impara a riconoscerne gli sguardi, le sofferenze e le reazioni, scavando tra le radici dalle quali nascono e si alimentano le sue bugie.

Il mio giudizio sul film : ***** 5/5

ANNO: 2014

LINGUA : Punjabi

TRADUZIONE DEL TITOLO : Racconto

REGIA : Anup Singh

CAST: 
Irrfan Khan ...................... Umber Singh
Tillotama Shome .................. Kanwar
Rasika Dugal .....................Neeli
Tisca Chopra ................... la madre di Kanwar

COLONNA SONORA : Beatrice Thiriet e Manish J Thipu

QUALCOS'ALTRO : 
Qissa è una produzione indo-europea, una collaborazione tra India, Germania, Olanda e Francia. La pellicola è stata proiettata in numerosi festival internazionali tra cui l'International FF di Rotterdam, il Busan FF e il London Indian Film Festival. La sua premiere è stata all'edizione 2013 del Toronto Film Festival nella quale si è aggiudicato il Netpac Award per la categoria World or International Asian Film.

Tillotama Shome ha vinto per la sua interpretazione in Qissa il premio di Miglior Attrice alla 7a edizione dell'Abu Dhabi Film Festival.

Qissa ha aperto la retrospettiva dedicata ad Irrfan Khan nell'edizione appena conclusa del River to River FIFF. Il regista e l'attore protagonista hanno incontrato il pubblico al termine della proiezione. Vedi anche : Irrfan Khan ospite d'onore al River to River.